I Beni culturali cambiano volto.

Di Antonello Cherchi

Dal prossimo primo gennaio il ministero dei Beni culturali cambierà volto: ci saranno 18 musei che acquisteranno una speciale autonomia, spariranno le direzioni regionali, sarà ridisegnata la mappa delle direzioni centrali, nasceranno i poli museali regionali.

È la riforma targata Franceschini che però ha preso forma ancora prima che l’attuale responsabile della cultura arrivasse a via del Collegio Romano. Si tratta, infatti, di un intervento voluto dalle norme sulla spending review del 2012 (in particolare, l’articolo 2 della decreto legge 95), che hanno imposto a tutti i dicasteri di tagliare del 20% gli uffici dirigenziali generali e del 10% la spesa per quelli non dirigenziali.
La riduzione dei costi è stata l’occasione per ripensare nel profondo la struttura dei Beni culturali, tanto che già sotto la gestione Bray (il predecessore di Franceschini) era stata istituita una commissione, presieduta da Marco D’Alberti, che aveva prodotto un documento. La palla è poi passata a Dario Franceschini e sotto di lui ha preso forma il Dpcm che contiene il nuovo volto del ministero. Una riforma contrastata, sia perché ha dovuto subire uno stop and go – un primo provvedimento, più scarno dell’attuale, era stato confezionato a fine febbraio, salvo poi ritirarlo a giugno per adeguarlo alle novità introdotte con il decreto legge cultura, tra cui quella sull’autonomia dei musei –, sia perché lungo il suo cammino è stata bersagliata di critiche, a cominciare da quelle sul ripensamento delle direzioni generali.

Nonostante le traversie, la riforma è ora giunta in porto. La Corte dei conti ha dato nei giorni scorsi il via libera e si attende la pubblicazione sulla «Gazzetta Ufficiale», che, come ha spiegato Franceschini, dovrebbe arrivare in questi giorni. Il ministro ha anche sottolineato che la riorganizzazione diventerà operativa dal primo gennaio, seppure in modo graduale. Per esempio, i bandi per il reclutamento dei direttori dei musei autonomi richiederanno più tempo.
La speciale autonomia riconosciuta a 18 istituti è la novità che dà il tono all’intera riforma. La misura prende le mosse dalla convinzione che i luoghi d’arte debbano investire di più su sé stessi, facendo di tutto per valorizzare al meglio le proprie potenzialità anche “commerciali”. Ecco perché, in particolare, i responsabili dei sette musei ai quali è stata riconosciuta la qualifica di direttori generali potranno essere reclutati con contratti da tre a cinque anni anche tra figure esterne all’amministrazione, con bandi a cui potranno partecipare esperti internazionali. Dovranno dimostrare di possedere non solo «una particolare e comprovata qualificazione professionale in materia di tutela e valorizzazione dei beni culturali», ma anche il possesso «di una documentata esperienza di elevato livello nella gestione di istituti e luoghi della cultura». Grazie all’autonomia dovranno, infatti, stabilire l’importo dei biglietti e gli orari di apertura, occuparsi della comunicazione, organizzare le mostre. In una parola, valorizzare il museo «facendone un luogo vitale, inclusivo, capace di promuovere lo sviluppo della cultura».

La particolare attenzione dedicata ai musei trova riscontro a livello centrale nella creazione di una direzione generale ad hoc, nella quale convergono le funzioni di valorizzazione, competenze finora riservate a uno specifico direttore generale. Non si tratta, però, dell’unica novità relativa alla riorganizzazione degli uffici romani: in particolare, nasce la direzione “educazione e ricerca”, le belle arti e il paesaggio si scindono da architettura e arte contemporanea e danno vita a due distinte direzioni generali, con un allargamento, per quanto riguarda il contemporaneo, alle periferie urbane. 
Aumentano, dunque, i direttori generali di settore, crescita compensata, però, dal fatto che tutti gli attuali direttori regionali (che sono direttori generali) perdono la qualifica. La riforma, infatti, cancella le direzioni regionali, trasformandole in segretariati regionali (uffici di livello diregenziale non generale), con il compito di coordinare l’attività degli uffici del ministero dei Beni culturali presenti in ciascuna regione.
Infine, nascono i poli museali regionali (anch’essi uffici dirigenziali non generali), che dipendono dalla direzione generale musei. Al direttore del polo museale è affidato il compito di coordinare l’attività degli altri luoghi d’arte in funzione della loro fruizione e valorizzazione. Per far questo, il direttore del polo deve, almeno ogni mese, riunire, anche in via telematica, i direttori dei singoli musei, compresi i responsabili dei siti dotati di autonomia, per concordare strategie e obiettivi comuni.

C’era una volta una Banca…

‘Stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus’.

Dopo aver visto la puntata di ‘Report’ di domenica scorsa, mi sono venute in mente queste parole, tratte dal ‘De contemptu mundi’ di Bernardo di Morlay, monaco di Cluny vissuto nel sec. XII, ma rese ancor più note da una citazione di Umberto Eco, che con una lieve variante le ha poste a chiusura del suo capolavoro, ‘Il nome della rosa’. Facendo le dovute associazioni e trasponendo il distico a quanto avevo visto poco prima in TV, mi è venuto da pensare: ’C’era una volta una Banca, ora ne resta solo il nome…’. Ironia della sorte! Tutto questo sta succedendo nella città che non solo ha visto nascere e prosperare la Banca più antica del mondo (540 anni di storia, mica bruscoli!), ma che per giunta ospita nel suo Palazzo comunale gli emblemi simbolo della difficile prassi del governare”: gli affreschi con l’allegoria del ‘Buon Governo e del Cattivo Governo’ di Ambrogio Lorenzetti. Ci sarebbe da ridere, dico io, se non ci fosse da piangere… Ricordo benissimo la prima volta in cui ho visto quegli affreschi, in particolare quelli del ‘Buon Governo’: una pioggia di colori, un vortice di immagini mi cadevano addosso dall’alto, giungendo a me da un tempo indefinibile, trascinando con sé secoli di storia e la visione di una città reale e fantastica al tempo stesso, fitta di spazi aperti e chiusi, cinta tutto intorno da una distesa di campagne; ed ecco venirmi incontro l’eco lontana dei contadini piegati nei campi nella stagione della mietitura; i ragionamenti dei commercianti dediti ai loro traffici; il passo dei cavalieri erranti di ritorno da imprese e terre lontane; i cori delle fanciulle festanti in vesti policrome e i bisbigli degli studenti assiepati sotto le logge delle scuole coi loro ‘magistri’. Come sembrano lontani, oggi, quei tempi, quegli anni in cui ‘Senesità’ voleva dire soprattutto ‘coralità’. Un’epoca in cui le voci di un intero popolo si levavano alte (nella realtà della vita, come nelle ‘imagines’ dell’arte) diventando la voce di un’unica e coesa città: ‘vox populi, vox Dei’ (voce del popolo, voce di Dio). Mille anni di storia, in cui – pur con alterne vicende – Siena ha saputo tener fede a quel mutuo patto celebrato tra ‘governanti’ e ‘governati’, un patto che uscendo dalle carte e dalle pergamene delle Biccherne si è fatto prima colore e intonaco, poi muro e Palazzo e infine Città e Cittadinanza, restando per sempre cristallizzato sulle pareti del suo edificio-simbolo. Sotto gli occhi di tutto il mondo, ombelico stesso del mondo, atto di fondazione della sua stessa civiltà. Una città straordinariamente unita anche nella divisione, cioè nel momento dell’agone, quando i contradaioli e i loro fantini scendono in campo per contendersi uno stendardo di panno dipinto, coscienti del fatto che le varie contrade traggono la loro ragione d’essere dall’esistenza delle avversarie, incarnazione stessa di una forma di mutuo rispetto e reciproco riconoscimento. Ma alla fin fine, tutti uniti nella propria autocelebrazione e nella ricomposizione della propria identità, rinserrati nel grande abbraccio di Piazza del Campo, che ogni anno accoglie il suo popolo pronto a rivivere e introiettare quell’esperienza unica, fatta di ‘concordia discors’, che risponde al nome di Palio. Poi cos’è successo? Avete distolto gli occhi da quegli affreschi solo per pochi anni (quanti, forse una decina?), dimenticando di colpo cosa siete e cosa siete stati! Avete peccato di ‘ybris’, direbbe Eschilo… Avete creduto di essere talmente ricchi e potenti, talmente uniti nel vostro essere ‘differenti’, da poter abbassare gli occhi e dimenticare quelle immagini senza correre alcun rischio di ‘rottura’ col vostro passato. Errore gravissimo!

Eppure i vostri ‘maiores’ vi avevano avvertito: non vi hanno lasciato solo le immagini degli effetti del ‘Buon Governo’, ma anche quelle del ‘Cattivo Governo’, una sorta di ‘memento’ imperituro di ciò che accade quando etica, deontologia, prudenza e giustizia vengono a mancare, spazzate via dalla logica del profitto, dai particolarismi e dai giochi di potere. Ma per un’amara coincidenza, il tempo si è preso gioco di voi: si è lentamente ‘mangiato’ quella parte di muro in cui il diavolo bicorne se la ride assiso tra i peggiori mali del mondo; ha fatto cadere vari spezzoni di quel ‘fresco’, ne ha sbiadito le immagini, le ha rese confuse e inintellegibili, facendo calare l’oblio su cosa sarebbe successo qualora quell’antico patto fosse stato tradito, se quel mutuo contratto tra ‘governanti’ e ‘governati’ fosse stato in qualche modo disatteso. Complici il tempo e l’incuria, avete perso di vista quel pannello e l’invito alla prudenza e al rigore in esso insito. E avete dimenticato cosa vuol dire essere ‘Senesi’ e l’arte antica della prudenza; avete dimenticato cosa vuol dire attendere alla ‘res publica’, avere come obiettivo il bene comune e del popolo tutto. Andate, ora, a rivedere quell’affresco, quello del ‘Cattivo Governo’, ricomponetelo con attenzione, o meglio cercate di intravedere, tra le macchie di colore rimaste intatte tra le chiazze dell’intonaco riemerso, cosa vi aspetta a lungo termine, se non farete qualcosa per recuperare le vostre origini e per riesumare quel patto celebrato tanto tempo fa da coloro che vi hanno preceduto e che ancora oggi vi fissano con occhi severi da uno spazio indefinibile posto tra ciò che fu e ciò che sarà. Per una beffa del destino, quel frammento di passato mai avverato e parzialmente scomparso dal muro (e perciò, a torto o a ragione, imprudentemente ignorato) rischia di diventare la proiezione del vostro futuro, anzi è già parte del vostro presente. Restaurate bene quella parte dell’affresco nella vostra memoria, perché resti ben visibile ben presente ai vostri occhi, rimiratelo giorno e notte, perché è da esso che dovrete ripartire per prendere coscienza dei vostri mali e delle vostre responsabilità, nonché per ricostruire la vostra identità sociale e un ‘sogno’ di Moralità. Alla fine il Buono e il Cattivo Governo sono le due facce di una stessa medaglia e, a volte, è quasi inevitabile fare un po’di male in vista di un bene superiore. Ma a coniare quella medaglia e a segnare il limite estremo tra il bene e il male è soltanto la volontà degli uomini…

(libero contributo)

 

Catalogo dei viventi 2015 (in preparazione) scheda aggiornata al 24 gennaio 2014 Fonti.

• Brescia 18 dicembre 1932. Banchiere. Presidente del Consiglio di sorveglianza di Banca Intesa Sanpaolo. Ricopre la stessa carica anche nella finanziaria Mittel. «Bazoli è il vero uomo di potere che c’è oggi in Italia» (Bruno Tabacci, 17 aprile 2007).
• Vita Il nonno Luigi, come racconta lo stesso Bazoli a Francesco Anfossi, «dopo essere stato praticante nello studio di uno dei numi tutelari di Brescia, Giuseppe Tovini (fondatore di giornali, di scuole e del Banco Ambrosiano, e poi proclamato “beato” – ndr), fondò un proprio studio legale, che chiuse nel breve periodo in cui fu deputato del Partito popolare, ritenendo che ci fosse incompatibilità». In questo studio entrarono in seguito il padre di Bazoli, Stefano, suo zio Ercoliano e Ludovico Montini, fratello maggiore del futuro Paolo VI, pontefice col quale Bazoli ebbe grande familiarità.
• La madre Beatrice Folonari (dei Folonari industriali del vino) morì a soli 29 anni, quando Bazoli aveva tre mesi, in seguito all’infezione provocatale dalla puntura in viso di una spina di rosa.
• Il padre Stefano fu anche deputato della Dc all’Assemblea costituente. Il fratello, Luigi, militava nella sinistra Dc, assessore all’Urbanistica di Brescia e nemico di Prandini. La cognata Giulietta Banzi (moglie del fratello Luigi) fu tra le vittime della strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974.
• Dopo la laurea in Legge, esercita la professione di avvocato nello studio di famiglia a Brescia, insegna Diritto pubblico all’Università Cattolica e, nel 1974, entra nel Consiglio d’amministrazione del Banco San Paolo di Brescia (di cui poi diventerà vicepresidente). La svolta nel 1982: a giugno Calvi viene trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri di Londra e poco dopo si deve provvedere alla liquidazione dell’Ambrosiano. Quattro banche private (Popolare di Milano, San Paolo di Brescia, Credito Romagnolo e Credito Emiliano) si dichiarano pronte a farsi carico del 50% del Nuovo Banco Ambrosiano. L’altro 50% resterà in mano alle tre grandi banche pubbliche, Bnl, San Paolo di Torino e Imi. Le quattro banche private, su suggerimento di Nino Andreatta, indicano come loro garante il poco conosciuto Bazoli. Bazoli racconta di aver molto esitato ad accettare e di essere stato convinto da Ciampi. Alla sua obiezione: «Non ho nessuna esperienza economica, sono laureato in Legge», Ciampi, che in quel momento era governatore della Banca d’Italia, rispose: «Si figuri che io sono laureato in Lettere». Resta il rapporto molto stretto con la Chiesa: Bazoli è tra i più fervidi partecipanti al Gruppo cultura etica e finanza che si riunisce in via Broletto sotto la supervisione di monsignor Attilio Nicora. «Qui Bazoli si segnala come il predicatore più acceso della crociata contro la finanza laica e il suo nume Enrico Cuccia» (Il Foglio, ma vedi soprattutto Giancarlo Galli Finanza Bianca. La Chiesa, i soldi, il potere, Mondadori 2004). Comincia, in effetti, una guerra con Cuccia. L’uomo di Mediobanca, inizialmente molto pessimista sul salvataggio dell’Ambrosiano («non ho mai visto una banca fallita sopravvivere a se stessa (…) È come allacciarsi un cappotto partendo dal bottone sbagliato»), quando il nuovo istituto prende a marciare (a fine ’85 il titolo tornò in Borsa, nell’86 fu annunciato agli azionisti il ritorno all’utile e al dividendo), tenta di ridurlo sotto il suo controllo: nel 1989, la Popolare di Milano cercò di vendere la sua quota alle Generali e Bazoli riuscì a dirottarla, invece, sul Crédit Agricole. Nel ’94 la Banca commerciale italiana (Comit) provò a lanciare un’Opa sul Nuovo Banco Ambrosiano, «respinta al termine di alcuni giorni che furono tra i più drammatici dell’intera mia esperienza». «Nel ’97 infine la Comit si contrappose a noi nell’acquisto della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde (Cariplo)», venendo però sconfitta.
• La banca di Bazoli, intanto, era cresciuta tumultuosamente: nell’89 s’era fusa con la controllata Banca Cattolica del Veneto dando vita al Banco Ambrosiano Veneto. L’Ambroveneto aveva poi comprato la Banca di Trento e Bolzano e, al sud, aveva incorporato Banca Vallone, Citibank Italia, Banca Marsicana, Società di banche siciliane e, dopo l’acquisto di Cariplo, la Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza (’98). L’attacco vittorioso alla Cariplo del ’97 era avvenuto in un momento in cui i rapporti con Cuccia s’erano addirittura rovesciati e i due erano diventati amici. Bazoli ha raccontato a Massimo Giannini: «Con Cuccia si era instaurato un rapporto così positivo e confidenziale che io gli avevo parlato della nostra intenzione sulla Cariplo. Lui mi aveva incoraggiato a procedere. Senonché, all’ultimo momento, spuntò un’offerta concorrenziale, ricalcata sulla nostra, da parte della Comit. Cuccia allora mi scrisse e prese esplicitamente le distanze da tale iniziativa. Il giorno dopo la Fondazione Cariplo approvò all’unanimità la nostra offerta». Fu Cuccia stesso a consegnare la Comit a Bazoli, nel 1999, ponendo come sola condizione che Intesa (il nome che l’istituto aveva assunto dopo l’acquisto della Cariplo) uscisse dal capitale di Mediobanca, nel quale era presente – come Ambrosiano – fin dalla Fondazione. Il consenso pressoché plebiscitario all’Opa sulla Comit portò Intesa al primo posto tra i grandi gruppi bancari italiani, con cento società, 4.300 sportelli, 73 mila dipendenti. All’inizio del decennio parve cadere in disgrazia: «Si è ripreso la ribalta della finanza italiana lunedì 9 settembre 2002, dopo un lungo periodo in cui la sua immagine sembrava sempre più appannata. Il ritorno del presidente di Banca Intesa è stato sancito da due fatti distinti. Il primo, più clamoroso, avvenimento è il successo ottenuto nel fuoco di sbarramento contro l’ingresso dell’imprenditore Salvatore Ligresti nella stanza dei bottoni del maggiore quotidiano nazionale, il Corriere della Sera. Il secondo fatto, altrettanto rilevante per la scena finanziaria, è l’alleanza stretta dal suo istituto con la banca d’affari francese Lazard. Il tratto che unisce questi due avvenimenti è l’avversario comune che, su entrambi i fronti, Bazoli si è trovato davanti: Mediobanca e il suo numero uno Vincenzo Maranghi. L’istituto di piazzetta Cuccia era infatti lo sponsor più importante dell’ingresso di Ligresti nel patto di sindacato che governa la Hdp, la holding a cui fa capo il Corriere. Ma Mediobanca è anche la principale banca d’affari italiana, ed è stata proprio Lazard, negli ultimi anni, a insidiarne la leadership. Per risorgere Bazoli ha lavorato duro per molti mesi. Il suo annus horribilis aveva raggiunto il punto più basso quando aveva subìto la dura reprimenda del governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio. L’accusa: una finanziaria da lui presieduta, la Mittel, protagonista della scalata ai danni di Montedison, aveva fatto da apripista all’arrivo in Italia del colosso francese dell’elettricità, la Edf. Ma già i mesi precedenti erano stati contrassegnati dalle cattive notizie. Nel gennaio del 2001, infatti, ancora Fazio aveva detto di no al progetto di fusione tra Banca Intesa e Unicredito. Sul fronte domestico, invece, il professore bresciano aveva dovuto arginare i tentativi della Casa delle Libertà di aprirsi una breccia più ampia nel principale azionista italiano di Banca Intesa, la Fondazione Cariplo, nonché far fronte alla crisi nei conti del proprio istituto, appesantiti fra l’altro dai crediti concessi a società, come la Enron, travolte dalla crisi e dagli scandali. Bazoli e il nuovo amministratore delegato di Banca Intesa, Corrado Passera, hanno così dovuto lavorare su molti aspetti. Già ai tempi della scalata di Montedison, Bazoli si era cosparso il capo di cenere e aveva accolto gli inviti di Fazio, accettando di entrare assieme a Banca di Roma e Sanpaolo Imi nella nuova Italenergia, al fianco di Fiat ed Edf. Il secondo passo era stato l’ingresso come socio finanziario in Olimpia, la scatola creata da Marco Tronchetti Provera e dai Benetton per prendere possesso di Olivetti-Telecom» (Luca Piana).
• L’ultima operazione, quella che dà il profilo definitivo alla banca, è la fusione col San Paolo di Torino deliberata il 1° dicembre 2006. Con questo atto Intesa diventa la prima banca italiana (lo resterà fino all’incorporazione di Capitalia da parte di Unicredit) con 5.500 sportelli, 13 milioni di clienti, un valore di Borsa superiore ai 65 miliardi di euro, 500 miliardi di attivi e 300 di raccolta. Bazoli nel nuovo grande gruppo viene confermato presidente del Consiglio di sorveglianza, mentre, in un’inedita governance duale, il consiglio di gestione tocca a Enrico Salza.
• «Si è trattato, di volta in volta, di ragioni di ordine etico-sociale, di ordine storico, di ordine civile. Furono, all’origine, le ragioni stesse che mi convinsero a prendermi carico di un’eredità rischiosa come quella lasciata dal fallimento del Banco Ambrosiano. Furono, nelle fasi successive, le motivazioni delle sfide combattute per difendere dall’aggressione di forze soverchianti l’indipendenza e l’integrità umana e morale dell’azienda risanata. Sono stati, più recentemente, gli obiettivi di ordine civile e sociale, sottesi a quelli economici, che hanno ispirato le più recenti operazioni riguardanti il sistema bancario del nostro Paese».
• Tra le altre, numerose cariche, ha quella di presidente della Fondazione Cini di Venezia. Docente di Diritto amministrativo e di Istituzioni di diritto pubblico alla Cattolica di Milano (ha lasciato l’insegnamento nel 2001). Cavaliere del Lavoro, Ufficiale della Legion d’Onore.
• È appassionato di studi biblici.
• Per gli amici “Nanni”.
• È sposato con Elena Wührer (della famiglia produttrice della celebre birra). Hanno tre figli. Francesca (1967), avvocato, è sposata con Gregorio Gitti (Brescia 21 giugno 1964.), avvocato, docente all’Università di Milano, tra gli ispiratori del Partito democratico.
• Tifo È tifoso del Brescia: «Tifoso focoso, di quelli che preferiscono la gradinata alla tribuna d’onore perché gli piace discutere con la gente. Anche se col passare degli anni la comodità vuole la sua parte e rende più sopportabile lo sforzo dell’autocontrollo, pedaggio che Bazoli si impone in tribuna» (Enrica Speroni).
• «Mi piace vedere il Brescia giocare bene. Sono appassionato, sono tifoso, ma se non c’è bel gioco vado in altri stadi. Giocare soltanto per il risultato non mi piace. Sono refrattario a una mentalità cinica, al risultato separato dal modo».
• Banchiere di sistema Negli ambienti finanziari è indicato come un «banchiere di sistema, a indicarne la capacità di garantire un governo equilibrato del potere economico» (Luigi Dell’Olio) [L’Huffington Post 17/12/2012].
• A causa della sua lunga amicizia con Romano Prodi, Il Foglio parlò di «sistema di potere di Bazoli»: il fatto che circa il 35% del Fondo per le infrastrutture stanziato dal secondo governo Prodi (detto F2I o Effe 21) fosse riconducibile a questo sistema confermò l’esistenza di un asse Bazoli-Prodi capace di condizionare le scelte economiche di fondo del Paese. Si sapeva infatti che, con questo fondo (costituito intorno a un primo stanziamento della pubblica Cassa Depositi e Prestiti), Prodi intendeva costruire un’«Iri più moderna» (Il Foglio), che fosse in grado di intervenire nei punti strategici del sistema e specialmente nell’acquisizione eventuale delle reti elettriche, del gas e telefoniche (su cui vedi anche Angelo Rovati), sulla proprietà dei porti e degli aeroporti ecc. Bazoli ha smentito con forza l’esistenza di questo asse. Prima rispondendo alla domanda di un piccolo azionista durante l’assemblea dei soci del 3 maggio 2007: della fusione col Sanpaolo nessun uomo politico venne informato in anticipo e Intesa non può «essere etichettata come amica o vicina a un personaggio pubblico. A me pare un’idea infondata e persino grottesca (…) Questa ipotesi non trova e non troverà mai riscontro in una nostra delibera, comportamento o dichiarazione. Non posso accettare che venga messa in discussione l’autonomia e l’indipendenza della nostra banca dalla politica». Poi, una seconda volta, in un’intervista al direttore del Sole 24 Ore di allora, Ferruccio De Bortoli: «È del tutto scorretto attribuire al mio rapporto di amicizia con Prodi, che risale ai tempi degli studi post universitari e che è cresciuto grazie alla frequentazione comune di un grande amico, Beniamino Andreatta, significati che trascendono la sfera personale. Da quando ho assunto la responsabilità di una banca non c’è stata una sola decisione che sia stata adottata su pressioni del mondo politico. E aggiungo, per quanto mi riguarda personalmente, che mi sono sempre inibito di partecipare a manifestazioni politiche. Non ho mai firmato un manifesto. Con una sola eccezione, quello in difesa della Costituzione che è la carta dei valori di tutti gli italiani». I sospetti intorno alle intenzioni di Bazoli si basano tuttavia anche sulla filosofia che lo stesso Bazoli ha con insistenza pubblicizzato: l’inclinazione verso un capitalismo «temperato di taglio europeo» piuttosto che verso un «capitalismo aggressivo all’americana» (Federico Fubini). Dice lo stesso Bazoli, sempre a De Bortoli: «L’interesse generale è conciliabile con quello aziendale. Ne parlai presentando un libro sul Mediocredito Centrale. Citai in quell’occasione una frase di Giordano Dell’Amore, banchiere cattolico e liberale. Gliela ripropongo. Scriveva Dell’Amore: “Senza dubbio ogni banca deve mantenere il proprio equilibrio finanziario, e assicurare la copertura dei costi di gestione con una adeguata remunerazione dei capitali investiti. Ma occorre ispirare tutta la politica di raccolta e di impiego al dovere di concorrere al massimo grado nell’accelerare lo sviluppo economico”. Io ho sempre creduto che un progetto aziendale possa essere inquadrato in un più ampio disegno di carattere etico-civile». Non la pensa così Bruno Tabacci: «Se Alessandro Profumo (all’epoca ad di Unicredit – ndr) dice che cerca di creare valore per gli azionisti internazionalizzando la banca, chapeau. Ma se invece uno mi dice che vuole fare banca nell’interesse del Paese e qual è questo interesse lo decide lui, allora non mi va più bene. Penso che sia mosso da obiettivi di solo potere» (a Danilo Taino). Secondo Mario Monti la questione non riguarda solo Bazoli, ma tutto il sistema bancario così come è andato configurandosi negli ultimi quindici anni: «In passato si diceva che lo Stato fosse una sorta di banca occulta, data la grande attività finanziaria che svolgeva. Oggi si guarda alle banche come a una forma di governo occulto». Federico Fubini: «Dagli anni Trenta ai Novanta, le banche sono state di proprietà pubblica e di dimensioni modeste. Lungi dall’influenzare il governo, ne erano pesantemente condizionate. Di più: per tutto quel tempo, le banche non hanno potuto assumere partecipazioni, salvo Mediobanca che, proprio per questo, si è posta al centro dell’alta finanza. Le banche sono arrivate al potere in seguito a tre trasformazioni ormai storiche: la privatizzazione, che ha emancipato il credito dalla politica; la concentrazione, che ha reso più forti gli istituti maggiori; il Testo unico del 1993, che ha autorizzato le banche a prendere partecipazioni nelle imprese, una svolta che sarà ampliata con l’applicazione dei principi di Basilea 2. Ma l’allarme odierno ha anche una ragione vicina: la fusione Intesa-Sanpaolo, che forma un soggetto forte del 20% del mercato domestico del credito e propenso a utilizzare gli spazi aperti nel rapporto con le imprese, con ciò proponendosi come il vero concorrente del sistema Mediobanca, ormai privo della coesione dei tempi di Enrico Cuccia e dell’Iri». Profumo, incorporando Capitalia (settembre 2007), si trovò in possesso, attraverso l’aumento della quota in Mediobanca, di un ulteriore pacchetto di Generali. E Generali possiede il 5% di Intesa. Nonostante le assicurazioni di Profumo e Geronzi, Bazoli rispose a questa incursione con grande aggressività, acquisendo a sua volta un 4% di Unicredit. A questo proposito furono importanti le mosse dell’amico finanziere Roman Zaleski (socio in Mittel e in Intesa Sanpaolo) che in due anni, a partire dal 2005, raggranellò il 2,2% della società triestina. Da sommare, nella bilancia delle influenze, all’1,6% di Cariplo e al 2,3% già nelle mani di Bazoli. Sull’altro problema provocato dall’incorporazione – e cioè il conflitto di interessi tra Unicredit e Mediobanca – Bazoli, ancora con De Bortoli, si espresse così: «“È da sempre pacificamente riconosciuto che il problema di Mediobanca consiste nell’esistenza di un conflitto di interessi con le banche azioniste. A me pare che il problema si aggravi passando da due banche a una sola, anche se con una partecipazione dimezzata”. Ma, mi scusi, professore, Intesa Sanpaolo non era disponibile a entrare nel capitale di Mediobanca? “Abbiamo letto che questa ipotesi è stata esclusa in ragione del conflitto di interessi in cui ci saremmo trovati. Noi siamo d’accordo, ma le stesse considerazioni dovrebbero valere anche per tutti gli altri istituti di credito. A questo riguardo, sembrerebbero possibili due soluzioni: o la nuova banca riduce in modo significativo la propria partecipazione in piazzetta Cuccia (assicurando così pienamente l’autonomia della merchant bank), oppure – non sembri paradossale quello che affermo – meglio che Mediobanca diventi, a tutti gli effetti, la merchant bank del gruppo Unicredit. Ma, in questo caso, dovrà evidentemente essere risolto il problema della partecipazione in Generali. Delle due soluzioni, è evidentemente preferibile quella che vede Mediobanca operare in piena autonomia e indipendenza”». Il contrasto al tentativo degli Angelucci di impadronirsi dell’Unità (poi effettivamente fallito) va letto nel quadro della lotta per il controllo del comparto finanziario con Cesare Geronzi, «sulla carta arcinemico» (Paolo Madron), e gran protettore degli stessi Angelucci. «Nella concezione della gestione dei processi di potere di Bazoli, i giornali sono uno strumento essenziale anche per costruire nuovi equilibri, e non solo editoriali» (Il Foglio).
• In questo senso, cruciale è il ruolo di Bazoli all’interno del patto di sindacato Rcs, «in nome di quella funzione di grande supervisore delle vicende di via Solferino che l’avvocato Agnelli gli ha tramandato poco prima di passare a miglior vita» (Giovanni Pons). Battuto in occasione del defenestramento di Folli, scavalcato da Mieli nel giorno dell’endorsement a Romano Prodi (editoriale dell’8 marzo 2006, che gli avrebbe provocato grande irritazione), s’è poi rifatto favorendo l’ingresso nell’azionariato (ma non ancora nel patto) dell’imprenditore Giuseppe Rotelli, vicinissimo a Bazoli e ideale «ponte tra il mondo Intesa – che lo ha finanziato nell’acquisizione delle cliniche di Ligresti e l’ha seguito fino all’ultima avventura transalpina (la gara per le cliniche Vitalia, poi abbandonata – ndr) – e quello di stampo più berlusconiano» (Ettore Livini). Rotelli, rilevando le azioni Rcs di Ricucci, ha quasi raggiunto una partecipazione del 10 per cento, terza dopo quella di Mediobanca e della Fiat. Essendo potenzialmente anche questa una zona di conflitti d’interessi, Bazoli s’è detto d’accordo con l’idea di Profumo di abbandonare ogni partecipazione editoriale e di conferire le quote a una Fondazione (vedi Piergaetano Marchetti).
• Il progetto di fondere la sua Mittel (la finanziaria di cui Bazoli è presidente e che ha in portafoglio, tra l’altro, l’1,3% di Rcs) con la Hopa di Emilio Gnutti, portato avanti con l’appoggio di Zaleski e del Monte dei Paschi e avente come obiettivo anche un rafforzamento in Telecom, è sfumato per l’opposizione di Geronzi e per l’attiva azione di contrasto di Unipol, che hanno all’ultimo momento orientato la trattativa verso Palladio (andata a monte comunque anche questa). In seguito alla perdita delle ambitissime azioni Telecom che aveva in pancia (3,6%), la finanziaria di Gnutti non sembrava far più gola a nessuno. Ma, nel luglio 2008, è proprio Bazoli a salvare Hopa. Testa di ponte è il fondo d’investimenti di Salvatore Mancuso Equinox, «fin dagli albori molto vicino all’istituto presieduto da Bazoli, per via dell’amicizia saldatasi ai tempi del salvataggio della finanziaria Santavaleria tra i siciliani Gaetano Micciché, capo del corporate di Intesa, e lo stesso Mancuso, e per il legame sancito dai vincoli azionari» (Walter Galbiati). Poi arriva Mittel: attraverso una Newco compartecipata al 66,6% (la quota restante fa capo a Mps e Banco Popolare, principali creditori) rilevano il 38,7% della società, evitando fallimenti e conseguenze giudiziarie per Gnutti e l’ex razza padana.
• Sul ruolo di Intesa nella vendita di Telecom, vedi Marco Tronchetti Provera. Sul ruolo di Intesa nella vendita di Alitalia, dove si è esposto soprattutto l’amministratore delegato Corrado Passera (con qualche eccesso che a Bazoli è dispiaciuto), vedi Silvio Berlusconi.
• Nell’aprile 2013 è stato riconfermato al vertice di Intesa Sanpaolo.
• «In realtà è il futuro a occupare la maggior parte dei pensieri di Giovanni Bazoli. Morti Enrico Cuccia (fondatore di Mediobanca) e Antoine Bernheim (a lungo ai vertici di Generali), e tramontato Geronzi, il professore bresciano è diventato l’unico “grande vecchio” della finanza italiana (un gradino sotto di lui c’è l’amico storico Giuseppe Guzzetti, di due anni più giovane, che presiede Fondazione Cariplo e Acri, l’associazione delle fondazioni di origine bancaria). Anche chi non mostra simpatie nei suoi confronti, non può fare a meno di prenderlo in considerazione quando ci sono da prendere decisioni importanti per il sistema economico-finanziario italiano. (…) Di grande rilievo è anche la partita che si sta giocando intorno a Generali, vecchio cruccio di Bazoli, che mai ha digerito l’uscita di Intesa dall’azionariato di Mediobanca imposta da Enrico Cuccia alla fine degli anni Novanta in occasione dell’acquisizione della Banca Commerciale. L’interesse per il Leone di Trieste è rafforzato dal fatto che la compagnia assicurativa e Intesa Sanpaolo sono protagoniste di un classico intreccio azionario all’italiana. (…) Tanto potere nelle mani di un uomo solo non può non avergli prodotto nemici, eppure non sono molti quelli che sono venuti allo scoperto finora. Non Domenico Siniscalco, che nel 2010 si è visto sbarrare la strada alla guida del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo proprio da Bazoli (sembra su pressione dell’allora governatore di Bankitalia, Mario Draghi, che temeva ingerenze politiche nella banca), con il quale sono stati recuperati i rapporti. Né Giuseppe Rotelli, re della sanità in Lombardia, primo azionista di Rcs con il suo 13%, che sembrava voler conquistare la guida del gruppo editoriale. (…) Rotelli è considerato vicino a Bazoli, complice la regia di Intesa Sanpaolo nell’acquisto del San Raffaele da parte dell’imprenditore di Pavia. L’unica eccezione è rappresentata da Diego Della Valle, che all’inizio della battaglia delle Generali definì “arzilli vecchietti” Cesare Geronzi e Giovanni Bazoli. Il rapporto tra l’imprenditore delle Tod’s e il banchiere bresciano sembrava recuperato alla luce della collaborazione nella compagnia ferroviaria Ntv, ma l’appellativo è tornato a riecheggiare dopo la presentazione del libro di Geronzi, che attribuisce il ritorno di Ferruccio De Bortoli alla guida del Corsera proprio a un accordo tra lui e Bazoli, dopo lo stop a Carlo Rossella, sponsorizzato da Della Valle e considerato troppo influenzabile da Silvio Berlusconi» (Luigi Dell’Olio, cit.).
• A Diego Della Valle, che in un’intervista a Repubblica dell’ottobre 2013 aveva dichiarato che «Bazoli è il maggior responsabile, anche se non l’unico, della crisi aziendale di Rcs», ha risposto: «Per smentire l’affermazione di Della Valle, che ha davvero dell’incredibile, basterà ricordare che io non sono mai stato consigliere di Rcs Media Group. Ho fatto solo parte del patto di sindacato, come rappresentante di una piccola quota (circa l’1%) posseduta dalla Mittel». «Si tratta comunque di una posizione importante nella stanza dei bottoni, che poi si è andata rafforzando con l’incorporazione della Comit, che possedeva il 5% di Rcs, nel gruppo Intesa. Da quel momento Bazoli ha potuto contare su una seconda sponda nel patto di sindacato, fornita da Corrado Passera, il manager che ha governato la Ca’ de Sass per un decennio. Bazoli mette in relazione la sua presenza in Rcs anche con il rapporto instaurato con l’avvocato Agnelli a partire dall’intervento della Fiat nel lontano 1985. “Come presidente del Nuovo Banco Ambrosiano, che era nello stesso tempo proprietario del 40% della Rizzoli e il suo principale creditore, io mi impegnai a fondo per evitare il fallimento della società, che si trovava in amministrazione controllata. Ed ero riuscito a convincere Agnelli a intervenire”. Tuttavia, già allora Bazoli si trovò a toccare con mano le pressioni della politica sulla Rizzoli. Si scontrò infatti duramente con Craxi, a quel tempo presidente del Consiglio, che pretendeva di interferire nell’operazione. La difesa dell’indipendenza del Corriere dalla politica, racconta, ha rappresentato il faro che l’ha motivato e guidato nel percorso di tutti questi anni nella casa editrice. E che l’ha portato, in tempi più recenti, a opporsi per ben due volte alla nomina a direttore del Corriere, caldeggiata da grandi azionisti del patto, di giornalisti vicini all’entourage berlusconiano. A suo giudizio, la svolta mancata, che avrebbe potuto rivelarsi decisiva nella vita della Rizzoli, avvenne nel 2004, allorché la guida operativa della Rcs venne affidata a Vittorio Colao, giovane e brillante manager bresciano, proveniente da Vodafone. “Mi adoperai con altri azionisti per convincere Vittorio a venire in Rcs e poi lo difesi a oltranza”. Ma, pressato e impedito ad operare da chi a vario titolo interferiva con il business editoriale, Colao fu costretto dopo meno di due anni a passare la mano. “Ebbene, chieda a Colao – dice Bazoli – chi lo difese e chi lo osteggiò! La perdita di Colao è stata una vera disgrazia per Rcs, perché sono convinto che con lui la Rizzoli avrebbe conosciuto una storia completamente diversa”. (…) Al posto di Colao arrivò Perricone, manager suggerito da Montezemolo, e in quel periodo si verificò, nel ricordo di Bazoli, un altro dei fatti decisivi che sono all’origine delle difficoltà successive della Rizzoli: l’acquisto della spagnola Recoletos, realizzato appena prima dello scoppio della grande crisi finanziaria. Come noto alle cronache fu un acquisto tutto per cassa (e con ampio ricorso alla leva finanziaria, con Intesa nella doppia veste di azionista e banca creditrice), per 1,1 miliardi di euro, deliberato nel febbraio 2007 dal consiglio di amministrazione di allora (che comprendeva anche Della Valle). In tempi più recenti, nella fase di piena crisi dell’editoria, Fiat e Mediobanca decisero nella primavera 2012 che occorreva imprimere una svolta: passo indietro degli azionisti dal consiglio di amministrazione e spazio agli indipendenti (per modo di dire, visto che ogni azionista indicava il suo). Della Valle protestò e ottenne di poter uscire dal patto anticipatamente, senza sottostare a tutti i vincoli che ne sarebbero derivati. Bazoli aveva mediato a suo favore e di questo, sottolinea oggi, il fondatore della Tod’s gliene fu grato. Il risultato fu che alla guida della casa editrice, nel maggio 2012, arrivò da Microsoft un giovane manager, Pietro Scott Jovane, scelto da cacciatori di teste ma con l’imprimatur di John Elkann. Il cda, su proposta del nuovo ad, approvò un piano che comportava un aumento di capitale di 400 milioni. Un’operazione che Della Valle ha contrastato sino in fondo, sostenendo che la società avrebbe dovuto ottenere in via preliminare uno stralcio dei debiti e chiedere solo successivamente agli azionisti nuove risorse da destinare allo sviluppo. “A parte il fatto – replica Bazoli – che è un principio basilare del diritto che, quando una società è in crisi, i primi sacrifici devono essere a carico degli azionisti e solo seconda battuta dei creditori, una ristrutturazione del debito era già stata negoziata e concordata, assai faticosamente, tra la società e il gruppo di banche creditrici. Se non fosse stato approvato l’aumento di capitale, sarebbe saltata anche la ristrutturazione del debito, e ciò avrebbe impedito la continuità aziendale”. L’aumento di capitale è stato approvato, poi, dall’assemblea grazie al voto decisivo di Giuseppe Rotelli, che in quel momento era il primo azionista della società. “Fu l’ultima decisione che Rotelli prese, pur avendo già deciso di non sottoscrivere e quindi di accettare una forte diluizione, negli ultimi giorni di vita. Se solo si fosse astenuto, la capitalizzazione sarebbe naufragata e Rcs sarebbe inevitabilmente finita in procedura concorsuale, con tutti gli effetti disastrosi che ne sarebbero derivati”. Della Valle, prima di decidere se sottoscrivere o meno la sua quota, chiamò Bazoli. “Se mi chiedi cosa fare, ti rispondo che non sono in grado di darti alcun consiglio”, racconta Bazoli. “E lui mi rispose: ‘No, non te lo chiedo’. Poi non ci siamo più visti né sentiti. E la verità è che da quel momento – Francesco Merloni mi è testimone – io mi sono adoperato affinché nessuno degli azionisti, compresi quelli fuori patto, fosse emarginato”. A luglio il blitz della Fiat sui diritti inoptati Rcs comporta il raddoppio della quota di Torino, fino al 20,5%. Della Valle, colto alla sprovvista, accusa il colpo ma non vuole lasciare campo libero agli Agnelli, e mette sul piatto altri 40 milioni per conservare il suo 9%. “Prima di conoscere l’iniziativa della Fiat, arrivata inattesa sia per me che per Mediobanca, mi ero esercitato a verificare se al di fuori dell’azionariato si potesse individuare in Italia un soggetto imprenditoriale dotato delle risorse patrimoniali e delle qualità professionali e di indipendenza necessarie per assumere il ruolo di azionista di riferimento di Rcs. Non avendolo individuato, avevo maturato l’idea che forse l’uomo giusto avrebbe potuto essere Giuseppe Rotelli, che aveva un genuino e fortissimo interesse per l’editoria; ma la malattia ha preso il sopravvento. Ciò detto, giudico positivamente il gesto della Fiat, quale elemento di stabilizzazione dell’azienda”. A settembre Elkann cerca di riannodare i fili del patto di sindacato, lo vuole rendere più leggero, solo di consultazione e non di voto, ma si scontra con l’intransigenza di Mediobanca e Unipol. Il vecchio patto si scioglie e Della Valle canta vittoria annunciando che l’era Bazoli al Corriere è finita. “Per quanto mi riguarda, avrei visto con favore un patto leggero che servisse a offrire a tutti gli azionisti – come giustamente raccomandava Giampiero Pesenti – la possibilità di continuare a dare un apporto costruttivo alla vita dell’azienda. Tuttavia, avendo preso atto di alcune indisponibilità dichiarate, ho condiviso l’idea dello scioglimento, tenendo anche in considerazione il fatto che il mercato oggi apprezza il ripudio dei patti, che sono considerati espressione del cosiddetto e deprecato ‘capitalismo di relazione’. Su questo tema avrei molto da dire, ma non è questa la sede adatta”» (Giovanni Pons) [Rep 27/10/2013].
• Nella tarda serata dell’11 novembre 2013, Intesa Sanpaolo ha annunciato di aver concluso, attraverso un collocamento accelerato, la cessione della quota dell’1,3% detenuta in Generali per un corrispettivo complessivo di 347,8 milioni (16,6 euro per azione). «Con la cessione di questa quota, nel quarto trimestre 2013 la banca ha ceduto l’intera partecipazione detenuta in Generali al 30 giugno 2013, registrando complessivamente nel trimestre un apporto positivo all’utile netto consolidato di circa 82 milioni di euro. Non si tratta che di uno dei passaggi che la “nuova” Intesa compierà nel prossimo futuro. “Abbiamo delle responsabilità e non ci giriamo dall’altra parte, ma il nostro compito adesso è tornare a fare la banca chiudendo con chiarezza, nei tempi e nei modi dovuti, la stagione delle cosiddette operazioni di sistema”, spiega al Corriere della Sera Gian Maria Gros-Pietro (presidente del Consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, nominato il 9 maggio 2013 – ndr). La road map è chiara: senza creare “sconquassi”, smettere di essere azionisti di lungo termine nei punti nevralgici del sistema-Italia. Tornare, insomma, a fare la banca in senso stretto» (L’Huffington Post 12/11/2013).
• «A Bazoli non piace il termine “banca di sistema” ma è di questo che si tratta: il gruppo bancario ha fatto da regista alla disastrosa operazione Alitalia, è diventato azionista di maggioranza con Gavio del progetto di costruzione dell’autostrada Brebemi, è azionista della tangenziale esterna di Milano e finanzia la gran parte delle opere pubbliche italiane. Un sistema di potere costruito pazientemente da Giovanni Bazoli e successivamente da Corrado Passera, che, malgrado le simpatie di Bazoli per il centrosinistra, ha affiancato anche governi di centrodestra. Nella storia recente del gruppo Intesa Sanpaolo, c’è stato qualcuno che ha tentato di smontare la cosiddetta banca di sistema voluta da Bazoli, Passera e Gaetano Micciché, ma ha dovuto fare i conti proprio con Bazoli e con il suo potere: si tratta di Enrico Tommaso Cucchiani, il banchiere che è stato consigliere delegato e capo azienda di Intesa Sanpaolo dal dicembre 2011 al settembre 2013. Si racconta che Cucchiani volesse demolire la banca-azionista voluta da Bazoli e Passera e tornare a una dimensione di banca tradizionale che presta denaro senza vestire i panni dell’azionista. Alla fine però l’ha vinta il padre e padrone di Intesa che ha liquidato Cucchiani con una buonuscita miliardaria riprendendosi i poteri violati. La parentesi Cucchiani è tuttavia un grande neo per Giovanni Bazoli: i torinesi del gruppo Intesa, e non soltanto loro, gli rimproverano di aver introdotto Cucchiani ai vertici dell’istituto di credito senza che ci fosse un dossier pro veritate su di lui che ad esempio verificasse le indiscrezioni di suoi legami con il piduista e faccendiere Luigi Bisignani o i suoi legami con la finanza internazionale. La meteora Cucchiani resta ancora un mistero ma è certo che uno dei depositari di quel mistero è proprio Bazoli. Non è questa l’unica ombra nella storia recente del banchiere bresciano: nelle zone grigie della banca c’è ancora il caso Zaleski, il finanziere franco-polacco che grazie all’amicizia con Bazoli riuscì a ottenere finanziamenti a pioggia per le sue spericolate operazioni finanziarie. È una storiaccia che esplode soltanto quando si capisce che il gigantesco indebitamento di Romain Zaleski è a rischio massimo e deve passare alla voce sofferenze. Il caso è tutt’altro che risolto e anche in questa occasione gli azionisti storici della banca indicano in Bazoli il responsabile di quel disastro debitorio cresciuto a vista d’occhio fino al punto da mettere a rischio i conti della banca. Chi ha seguito la storia di Zaleski racconta che i tentativi di ristrutturare il debito sono stati molti, ma ancora oggi gli incagli non sono affatto superati e toccherà al nuovo amministratore delegato, Carlo Messina, dipanare la delicata matassa» (Bruno Perini) [Fat 8/1/2014].
• Frasi Luigi Accattoli, vaticanista del Corriere della Sera, recensendo Mercato e disuguaglianza (Morcelliana 2004): «Lasciato a se stesso, il mercato – osserva Giovanni Bazoli uomo di banca – “aggrava le disuguaglianze” tra i popoli della terra e quello “globale” non si sottrae a tale destino. C’è la possibilità – chiede il Bazoli giurista – che la società regolamenti il mercato in modo da indurlo non solo a creare ricchezza ma anche uguaglianza? Questa possibilità dev’esserci, risponde il Bazoli cristiano».
• «La storia quasi sempre riscontra una grande distanza tra l’utile e il giusto, ma noi uomini abbiamo il dovere di continuare a credere e a impegnarci perché tale distanza sia colmata, anche quando ci sembra incolmabile».
• «Se guardiamo alla prova fornita sotto il profilo etico dagli imprenditori cattolici italiani negli ultimi decenni, dobbiamo riconoscere che essa è risultata alquanto deludente, così da indurre ad una risposta dubitativa. Invece di riscontrare comportamenti esemplari, si è dovuta lamentare persino l’inosservanza di quei valori etici “minimi”, che sono radicati nella coscienza comune e che sono codificati nelle leggi. La diffusione di pratiche illegali nei rapporti tra affari e politica era accettata dai più come normale o inevitabile, senza suscitare una tempestiva attenzione e una forte reazione di rigetto da parte del mondo cattolico».
• «Nel tracciare un bilancio della mia vita professionale, penso che l’essermi impegnato a dare una testimonianza, sia pure modesta e imperfetta, di correttezza nel raggiungere i risultati valga più dei risultati stessi».
• «Sono un banchiere per caso che ha cercato di operare per il bene comune. La mia forza è il distacco».
• Commenti «Il Bazolismo è un singolare fantasma che, dopo la fusione Intesa-Sanpaolo Imi, si aggira per l’Italia virtuale dei giornali, ma non solo. Secondo questa teoria, il banchiere Giovanni Bazoli sarebbe riuscito a costruire la prima banca italiana grazie ai favori del premier (Prodi – ndr), come lui cattolico democratico e allievo di Nino Andreatta. E ora, con l’aiuto delle fondazioni bancarie egemonizzate dal fido Giuseppe Guzzetti, il campione nazionale si accingerebbe a esercitare la sua influenza su tutta l’alta finanza» (Massimo Mucchetti nel febbraio 2007).
• «Il liberal bresciano gli interventi “politici” li auspica anche a dimensione planetaria: considera necessario che “siano rafforzati sia i poteri sia la rappresentatività democratica dei maggiori organismi di governo soprannazionali” se vogliamo che “le situazioni più gravi di disuguaglianza siano rimosse”. Egli ritiene sia compito dell’umanità di oggi, caduta l’utopia comunista, di trovare la via perché gli “obiettivi solidaristici” risultino “compatibili con quelli del mercato”» (Accattoli).
• «Nei cenacoli spirituali Bazoli conta come un’icona teo. Conta pure in altri circoli, per esempio in quello del patto di sindacato Rcs che controlla via Solferino, dove il presidente di Banca Intesa è stato, almeno finora, proprio deus ex machina» (Denise Pardo).
• «Bazoli lo dipingono sempre come un signore che fa parte di un potere organico, sia esso il centrosinistra o il prodismo. Invece lui è uno dei pochi che non è organico a nessuno, tranne ai suoi valori» (Angelo Rovati).
• «Uno che la banda montiniana fatta modello di profitto e virtù l’ha esportata ovunque, soprattutto a Milano, dove tremano nel vederlo sgusciare tra la folla dei pendolari della seconda classe» (Pietrangelo Buttafuoco).
• Politica A De Bortoli ha confermato che, alla vigilia delle Politiche del 2001, il gruppo dirigente del centrosinistra gli chiese di candidarsi contro Berlusconi. «Ho detto di no perché mi ritenevo impegnato ad assolvere fino in fondo la responsabilità che aveva assunto nella banca». Il cognato Sandro Fontana (ha sposato l’altra sorella Wührer) ha spiegato: «Se glielo chiedesse un vasto schieramento dell’Ulivo e se l’invito avesse il tono di una richiesta di servizio al paese, allora è possibile che accetterebbe. Poi però dovrebbero anche consentirgli di farsi un programma di governo come vuole lui».
• È stato lui, con Andreatta, a spingere Prodi in politica (metà anni Novanta).
• «Bazoli è al centro di molti snodi unionisti: relazioni eccellenti con Piero Fassino, con Carlo De Benedetti, con i quarantenni della Margherita Enrico Letta e Filippo Andreatta» (Il Foglio). Di Enrico Letta fu lui, nel 2006, a preannunciare la promozione a sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Giorgio Dell’Arti

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“Assolvendo Mubarak, il sistema ha assolto se stesso”.

Umberto De Giovannangeli, L’Huffington Post 29/Nov/2014
“Ingiustizia è fatta. Il regime ha assolto se stesso e non solo Hosni Mubarak. Ha assolto se stesso dal sangue versato, dalla corruzione che ha arricchito il “clan Mubarak” e una nomenklatura che in buona parte si è riciclata e continua a dettare legge. Nessuno è responsabile di quelle centinaia di vite spezzate, quei morti sono fantasmi, esistiti solo nella nostra fantasia. Ma così non è stato e non sarà mai. Da tempo avevano “assassinato” lo spirito di Piazza Tahir, ora hanno oltraggiato la memoria di coloro che hanno sacrificato la propria vita per il bene supremo: la libertà”. Ad affermarlo, in questa intervista concessa all’Huffington Post, è Nawal El Saadawi,l’autrice egiziana femminista universalmente più conosciuta e premiata. Medico, psichiatra, già docente alla Duke University, Nawal El Saadawi, 83 anni, è autrice di romanzi, racconti, commedie, memorie, saggi.

Per le sue attività politiche e i suoi scritti a sostegno dei diritti delle donne, si scontra ripetutamente con il regime del Cairo e nel 1981, durante la presidenza di Sadat, viene incarcerata. Negli anni Novanta è costretta all’esilio. Nel maggio 2008, vince la causa intentata contro di lei per apostasia. Le battaglie e i libri sulla condizione delle donne nella società egiziana e araba hanno esercitato una profonda influenza sulle generazioni degli ultimi trent’anni. Per le sue battaglie in difesa dei diritti delle donne e per la democrazia nel mondo araba, la scrittrice egiziana, compare su una lista di condannati a morte emanata da alcune organizzazioni integraliste. Sin dai primi giorni della rivolta contro l’”ultimo Faraone” (Hosni Mubarak), la scrittrice si è schierata dalla parte dei giovani protagonisti della “Primavera egiziana”. Ed oggi, con la consueta passione civile e lucidità intellettuale, afferma: “Non riusciranno a riportare indietro le lancette del tempo a prima della rivoluzione” del gennaio-febbraio 2011.

Hosni Mubarak non doveva essere processato per la morte di 239 manifestanti durante la rivolta del 2011 che portò alle sue dimissioni. Così ha stabilito il giudice della Corte d’Assise del Cairo. Pertanto non sarà né assolto né condannato. L’ex ministro dell’Interno Habib el Adly e sei capi dei servizi segreti sotto processo insieme all’ex rais sono invece stati assolti dall’accusa di omicidio. Quali sono i suoi sentimenti di fronte a questo verdetto?

Rabbia, tanta rabbia. Dolore, indignazione per lo scempio di verità e di giustizia perpetrato. Quel verdetto va oltre l’ambito giudiziario, ed entra a pieno titolo nella Storia. Segnandone una pagina nera, perché assieme alle assoluzioni decretate, c’è anche una sentenza di morte pronunciata: quella contro la verità e la giustizia che le famiglie delle vittime e i milioni di egiziani che avevano riempito Piazza Tahrir reclamavano. E questo sarebbe l’Egitto della legalità di cui il presidente al-Sisi vagheggia? Il futuro da lui indicato e di cui questa sentenza è parte, altro nome non ha che quello di restaurazione. Una restaurazione che per imporsi usa tutti i mezzi, la repressione in piazza, la “legge” nei tribunali. Per costoro il futuro è il ritorno al passato.

Nessun colpevole. Queste parole segnano l’atto di morte della “Primavera araba” che ha avuto il suo cuore in Piazza Tahrir?

No, anche se questo è ciò che i nuovi-vecchi padroni dell’Egitto vorrebbero sancire. Dico no, perché quelle istanze di libertà e di giustizia che sono state alla base di quella rivolta popolare non sono venute meno. Esse vivono soprattutto nelle giovani generazioni, quelle che hanno dato vita, in quei giorni e anche oggi, alla “cyber rivoluzione”, quella che si manifesta nei social network e non solo nelle piazze. Quei giovani sono il bene dell’Egitto, ed io continuerò ad essere al loro fianco.

In prigione resta il presidente deposto Mohammed Morsi.

Come lei sa, non ho mai lesinato critiche ai Fratelli musulmani, per la loro idea arcaica e sessuofobica della società, per come hanno gestito il potere. Ma la Fratellanza andava sconfitta nelle urne, nella battaglia politica e delle idee e non riempendo le carceri dei loro dirigenti, non trasformando le piazze in un campo di battaglia. So bene che c’è chi, nei giorni del putsch militare, aveva pensato ai generali come a dei liberatori. La realtà ha smentito questa illusione.

C’è chi parla di provocazione e chi teme una nuova stagione di violenza.

Mi auguro di no, perché continuo a credere che esistano altre forme per manifestare il sacrosanto diritto all’indignazione. Ma certo, il timore c’è. Vede, una sentenza del genere fa il gioco di quei gruppi estremisti che oggi potranno dire: non esiste altra giustizia che quella imposta con la forza. Temo che dopo questa sentenza un discorso del genere possa avere ancora più presa tra i giovani. E questo è terribile. E’ terribile l’idea che la giustizia possa venire solo dall’uso della forza, o che giustizia divenga sinonimo di vendetta, e giudice di carnefice. Ho paura di quanti cercano di cavalcare rabbia e frustrazione, ma lo anche di chi, cinicamente, preferisce fare i conti con il terrorismo piuttosto che accettare un confronto vero, libero, alla pari.

Il Medio Oriente sembra diviso tra presidenti-generali (come al-Sisi” e “califfi” sanguinari come Abu Bakr al-Baghdadi. È davvero così?

Se fosse così, solo così, ci troveremmo di fronte a una tragedia che non ha dispiegato ancora tutta la sua devastante potenzialità negativa. O una dittatura militare mascherata da “democrazia” oppure la folle dittatura della sharia imposta da questi tagliagole. In mezzo c’è la società civile, ci sono milioni di persone, in prima fila le donne che sono state protagoniste di una lotta per una duplice liberazione: quella da regimi corrotti, dispotici, teocratici, e la liberazione da una asfissiante società patriarcale. Questa doppia liberazione non potrà certo venire da al-Baghdadi ma nemmeno dai restauratori del passato.

Resta, l’Egitto, un Paese che aspira alla normalità e alla sicurezza.

È vero. Ma normalità e sicurezza non sono, o almeno non dovrebbero essere, alternativi, in conflitto con aspettative altrettanto importanti: un lavoro, la giustizia sociale, un vero pluralismo che si dispieghi in tutti gli ambiti della vita pubblica, a partire dal campo dell’informazione. Ecco, questo è l’Egitto che ho sognato assieme ai giovani di Piazza Tahrir. Ed è questo l’Egitto per il quale vale la pena continuare a battersi. Senza giustizia non potrà mai esserci una vera democrazia. Insisto su questo punto. Da un regime liberticida a uno Stato di diritto: questo è il sogno che i ragazzi di Piazza Tahir volevano realizzare. Un Paese dove la libertà di espressione non fosse più una rivendicazione che apre le porte della galera e la corruzione il motore dell’economia. Di questo sistema Hosni Mubarak è stato per trent’anni il perno. Averlo assolto significa anche questo: dimostrare che anche senza il “Faraone” quel sistema continua a vivere e a dettar legge”.

Allargando l’orizzonte oltre l’Egitto e abbracciando l’intero Medio Oriente, c’è un popolo che a suo avviso segnato più degli altri dall’ingiustizia?

Certamente, ed è il popolo palestinese. Costretto a vivere in una prigione a cielo aperto quale continua ad essere Gaza, derubato delle sue terre, sottoposto ad un regime di apartheid da parte israeliana. Riconoscere ai palestinesi il diritto ad un loro Stato, e realizzare questo diritto, sarebbe il risarcimento minimo che la comunità internazionale deve a un popolo oppresso da decenni.