I rapporti. Quell’intesa da ritrovare tra i papi e il contemporaneo.

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di Marco Ventura

Paolo VI è ritratto in basso nell’affresco che suggella la rinascita della Chiesa dalle macerie della guerra. É il 1964. La ricostruzione dell’Abbazia di Montecassino è infine completata. Lo stesso papa Montini, che tanta parte ha avuto nell’opera, riconsacra il luogo. La scena grandiosa dedicata a San Benedetto è di Pietro Annigoni, pittore ostile all’arte astratta e all’informale eppure fieramente convinto della propria modernità. Attraverso l’affresco parlano Masaccio e Raffaello, Rembrandt e Goya. Parla soprattutto la speranza di Annigoni di un nuovo connubio tra arte e sacro.
Perché ciò sia possibile, è necessario un nuovo rapporto tra artisti e pontefici. Non a caso, accanto a papa Montini sono ritratti Gregorio Magno e Vittorio III, due papi benedettini di epoche diverse. Annigoni sa bene che la secolarizzazione ha allontanato gli artisti dalla Chiesa. Appartengono a secoli lontani i papi mecenati e i loro pittori.
Perso il potere temporale, il papato ha condannato la libertà di cui si alimenta l’artista. L’artista ha ignorato o provocato Dio. Dopo la rivoluzione bolscevica, Marx ha preso il posto di Gesù nell’iconografia russa e messicana. Quando finisce la seconda guerra mondiale, la frattura sembra più grande che mai. Nel 1951 il progetto di Lucio Fontana per la quinta porta del Duomo di Milano viene premiato, ma non eseguito. Nel 1953 Francis Bacon rielabora il ritratto di Innocenzo X di Velasquez. Sotto il pennello di Bacon il rosso dell’abito del papa diventa viola, le forme tremano. Innocenzo X ha la bocca spalancata in un grido, ma il drappeggio scuro non lascia passare la voce.
In questo tempo in cui artisti e Chiesa ricominciano a cercarsi, l’amicizia tra Giacomo Manzù e Giovanni XXIII mostra la strada. Lo scultore è convinto, come scriverà al segretario di papa Roncalli, che «l’arte a tema religioso è stata grande quando era nella cultura del proprio tempo», e che ciò nella società contemporanea non è più possibile. Manzù sente però la somiglianza tra la sua «preghiera di lavoro» e quella del papa. Il tempo è maturo per la svolta. Il 7 maggio 1964 Paolo VI scende dall’affresco di Annigoni e riunisce un gruppo di artisti nella Cappella Sistina. Lamenta che si è spezzato «il filo della relazione» esistita per secoli tra l’artista e il «Capo della Chiesa cattolica» e impegna la Chiesa a riannodare il rapporto. «Noi abbiamo bisogno di voi», dichiara.
Si apre una nuova stagione, in cui il popolo della Pro Civitate Christiana può meditare sul Miserere di Rouault e la gente di Comunione e Liberazione può contemplare i crocifissi di Bill Congdon. La relazione tra arte contemporanea e papato resta comunque difficile. Nel 1999 il Giovanni Paolo II abbattuto dal meteorite di Cattelan ricorda che una ricerca è in atto, ma anche che quella ricerca può far male. L’autore dell’opera nega intenti blasfemi, la curia milanese non ostacola l’esposizione in città, la Santa Sede tace. Tuttavia, quel pontefice gettato a terra, quel simbolo misterioso giunto dallo spazio che vince il vigore d’un Wojtyla inutilmente aggrappato al pastorale, dicono che l’arte contemporanea non teme proprio più Dio.
É ormai il tempo del crocifisso di Andres Serrano, immerso nell’urina dell’artista, e delle caricature di Maometto. Tocca a Joseph Ratzinger, al papa che da ragazzo voleva fare l’imbianchino, riannodare il filo. Con lui, parla lo storico della raffigurazione del crocifisso, il teologo che ha denunciato la neoiconoclastia contemporanea. Il 21 novembre 2009 Benedetto XVI celebra i 45 anni dall’udienza agli artisti di Paolo VI riunendo ancora nella Cappella Sistina esponenti di tutte le arti. A costoro, definiti «custodi della bellezza», Benedetto XVI propone quella fede che «non toglie nulla al vostro genio, alla vostra arte, anzi li esalta e li nutre». S’inscrive in questi 45 anni la predilezione di papa Francesco per la crocifissione bianca di Chagall. E prepara le prossime tappe della ricerca di una nuova intesa tra artisti e pontefici.

La rivoluzione dei musei, è iniziato il countdown!

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Per i venti musei più importanti d’Italia, che con la riforma dei Beni culturali firmata da Dario Franceschini sono diventati autonomi, è pronto il nuovo “piano delle dotazioni organiche del personale”. Dalla Galleria Borghese agli Uffizi, gli uffici tecnici del Collegio Romano hanno disegnato le nuove squadre operative, tra staff scientifico e servizio di custodia. Il countdown è iniziato. Mancano, infatti, due giorni appena all’insediamento del primo “blocco” di direttori top manager, nominati con il bando internazionale. E la scacchiera delle “risorse umane” è stata definita: da giovedì diventa operativa la Galleria Borghese, con la riconferma di Anna Coliva che potrà contare su un organico di ben 81 persone, di cui 55 custodi. Quasi raddoppiati. Una manna per il progetto di ampliare i turni di visita anche di sera. La Pinacoteca di Brera nell’era di James Bradburne avrà una riserva di 173 dipendenti, di cui 120 addetti alla vigilanza. Alla Reggia di Caserta diretta da Mauro Felicori arriveranno 216 persone, con 151 custodi. Alla Galleria nazionale dell’Umbria, Marco Pierini potrà avvalersi di 82 persone, con 55 custodi. All’Archeologico di Napoli di Paolo Giulierini fioccherà uno staff di 167 persone di cui 106 saranno addetti alla custodia. Infine, l’Archeologico di Reggio Calabria di Carmelo Malacrino punta su 87 dipendenti, di cui 40 custodi.