La buona politica che ci manca.

Commentando il patatrac del sindaco Marino, il giovane presidente del Pd, Matteo Orfini, ha raccontato di averne individuato la causa già nello slogan della campagna elettorale del 2013 che diceva: «Non è politica, è Roma». Da lì, da quel rifiuto della politica intesa come arte del governo della polis , sarebbero nate la solitudine, l’arroganza, l’inefficienza della sua gestione, ben prima della pochade degli scontrini.
Se Orfini ce l’avesse detto prima, se non avesse aspettato che il gallo cantasse tre volte per rinnegare il sindaco, avrebbe forse risparmiato ai suoi concittadini e al suo partito molti mesi di caos, e oggi non sarebbero «rimaste solo le macerie» di cui parla L’Osservatore Romano . E però, seppur tardivamente, mette il dito nella piaga. La vera lezione dell’incredibile vicenda romana sta proprio in questo: è il fallimento finora più clamoroso dell’idea che l’amministrazione della cosa pubblica non debba essere affare della politica e dei partiti, ma anzi vada affidata a chi più è capace di presentarsi come nemico dei partiti e alieno alla politica.
Il passo da alieno a marziano è breve e, come sappiamo, Marino lo ha compiuto con tutta la sventatezza di cui era capace, al ritmo di una spensierata biciclettata, sempre «pronto a mettere il suo sorriso davanti all’aiuoletta pulita, a spumeggiare di felicità nella celebrazione del matrimonio tra gay, ad annunciare ora la pedonalizzazione, ora la moralizzazione, ora la bonifica», come ha notato con acuto sarcasmo Sabrina Ferilli sul Fatto .

Ma la strada per riportare la politica alla funzione per cui è stata inventata è invece ancora lunga in Italia. In tutto l’Occidente sono i partiti i luoghi della selezione del ceto di governo, l’arena in cui studiano, fanno pratica, competono per il consenso, affinano idee, incontrano competenze, costruiscono un programma, imparano a non essere soli e a rispondere a una comunità, che li controlla e li vaglia a lungo prima di affidarsi a loro. Questi partiti in Italia non ci sono più. Il nostro Paese è una federazione di uomini soli al comando. Più sono soli, e più piacciono. Ma siccome non sono tutti bravi politici come Renzi, o come fu Berlusconi, in giro è un fiorire di pessime imitazioni destinate a fallire, perché nessuna organizzazione complessa, nel mondo di oggi, può essere retta da un uomo solo.
All’assenza di una gavetta e di una scuola si è tentato di sopperire con l’ordalia delle primarie, che nel sistema italiano finiscono spesso come il referendum tra Gesù e Barabba, e raramente fanno vincere il migliore. Il caso di Marino, catapultato in pochi anni dal governo di una sala operatoria hi-tech a quello di una macchina amministrativa enorme e fatiscente, è clamoroso ma non unico. L’ex procuratore de Magistris a Napoli o l’accademico Doria a Genova non sono sindaci meno improvvisati, e infatti non è meno sofferente lo stato delle loro città. Ora che le primarie non vanno più di moda, è ricominciata poi la caccia al tecnocrate, prefetti, manager e magistrati cui si vorrebbe affidare la salvezza della cosa pubblica: il povero Raffaele Cantone è costretto a rifiutare una candidatura alla settimana, e a un funzionario serio come Franco Gabrielli è stata attribuita la poco dignitosa funzione di badante del sindaco di Roma. Senza dire di Giuseppe Sala, il cui successo come commissario dell’Expo ingolosisce sinistra e destra allo stesso modo.
Non è dunque un caso se tutti gli schieramenti fatichino oggi così tanto a trovare un candidato nelle tre più grandi città d’Italia che votano in primavera — Roma, Milano e Napoli — e si affannano a scovare improbabili conigli nel cappello perché non dispongono di dirigenti politici affermati e credibili a livello locale (e i leader nazionali si danno alla fuga, temendo la prova della concretezza nel governo di una metropoli).
Ma mentre ricomincia la ricerca del non-politico, o dell’anti-politico, in grado di ingannare per l’ennesima volta il pubblico, non parte mai il lavoro per una riforma profonda dei partiti, per un rilancio della loro democrazia interna, per la rinascita di comunità locali che si occupino del bene comune, seppure nei modi nuovi che l’era della Rete consente e impone. Così si continuerà a passare di illusione in delusione, come è accaduto per Marino, e a ritmi sempre più frenetici. Perché non si conosce democrazia che possa fare a meno di partiti seri, organizzati e retti da regole, che si assumano la responsabilità di governare. In fondo, il loro mestiere.
Antonio Polito

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