Heidegger no global.

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di Donatella Di Cesare

Il vero bersaglio del filosofo tedesco è l’orizzonte del liberalismo planetario

Qual è il filosofo che nell’ultimo anno è stato continuamente presente nei media di tutto il mondo? Martin Heidegger — non c’è dubbio. È tornato, con i Quaderni neri , per riprendersi la scena, mostrando — come ha osservato il massmediologo tedesco Gernot Böhme — «uno spiccato senso per la comunicazione pubblica». La sua messa in scena postuma è innegabile. Quasi che, pur rifuggendo le luci della ribalta, abbia voluto far implodere un sistema, basato sulla presunta trasparenza, rinviandolo alla dimensione rimossa del «segreto».
Il rapporto tra filosofia e pubblicità è uno dei grandi temi trattati nei Quaderni neri . Sarebbe però sbagliato mettere l’accento solo sulla critica all’informazione; ne verrebbe fuori l’immagine di un filosofo retrivo e provinciale. Al contrario, Heidegger è il primo filosofo ad aver riconosciuto l’esigenza della pubblicità, e ad aver tentato di trovare un posto stabile nell’ininterrotta attualità delle news. È insomma il primo filosofo a considerare la globalizzazione attraverso il prisma dei media. L’informazione planetaria — scrive — è ciò che oggi è più «degno di essere pensato». Perciò delinea una fenomenologia del giornalista in cui vede il «moderno storico», il «letterato» della pubblicità, che attraverso il «culto organizzato del semplice», ha la forza di far passare per «reale» quel che rende pubblico. Di fronte al giornalista, nelle cui mani è affidata la democrazia, il filosofo non avrebbe più nulla da dire.
Che ne è allora della filosofia, della sua complessità, nell’epoca in cui il giornalismo è il «fenomeno essenziale» dello spazio pubblico? Sebbene appaia indifeso e antiquato, il filosofo non ha esaurito il suo compito. Purché, però, sia capace di confrontarsi con il potente dispositivo della pubblicità. È quel che fa Heidegger, decidendo in vita la pubblicazione postuma dei quaderni rimasti a lungo «secretati». La forza del filosofo è il «segreto». Così ricorda a chi crede nell’evidenza e nella trasparenza che resta sempre ancora un fondo di verità da svelare.

Con un sorprendente colpo di scena Heidegger ha interrotto il lavoro del lutto, esibendo il suo segreto, senza però davvero rivelarlo, ha incrinato una identità che sembrava definita. Che cosa si nasconde dietro il nome «Heidegger»? Quanti Heidegger ci sono? E chi può dire che Heidegger non torni di nuovo, nel futuro, come promette in una pagina degli ultimi quaderni? Infrangendo le leggi dell’archivio, forzando la preclusione degli eredi, Heidegger è tornato alla ribalta con il segreto del suo lascito.
Nel dibattito intorno ai Quaderni neri , di cui è stata protagonista indiscussa «la Lettura», si pongono allora due grandi questioni. La prima ruota intorno al lascito del filosofo, alla sua eredità. La seconda riguarda invece il futuro di Heidegger e della sua filosofia.
Che cosa vuol dire ereditare? È necessario rimanere fedeli, secondo il principio genealogico? Oppure è possibile rifiutare un’eredità, tanto più se è non solo inattesa, ma anche inquietante?
Dopo il trauma dei passi antisemiti contenuti nei Quaderni neri , che ha colpito il mondo della filosofia, una parte degli «eredi» di Heidegger, di coloro che riconoscono il debito verso il filosofo, ha reagito con veemenza nostalgica. Questi «risentiti orfani di Heidegger» rappresentano un modo di ereditare reazionario. Ripiegati su di sé, vedono negli altri eredi dei «traditori». Immersi nel sonno dogmatico della assiomatica heideggeriana, di cui si considerano gli unici depositari, non desiderano altro che restare nel crepuscolo funebre che accompagna il Grande Padre perduto.
Il recente dibattito ha fatto però emergere anche un’altra figura, inconsueta nella filosofia: quella del rottamatore che si presenta nell’agorà non per dialogare, bensì per fare piazza pulita. L’incapacità di dialogare investe anche il modo di intendere l’eredità. I rottamatori della filosofia non vogliono essere eredi; si ergono piuttosto a giudici di un passato che condannano alla demolizione.
Ereditare non vuol dire né conservare né, d’altra parte, gettare via tutto. Sia gli orfani risentiti che gli infaticabili rottamatori considerano il lascito del filosofo come se si trattasse di una proprietà, di un bene qualsiasi. Ma l’eredità non è mai statica; e chiede di essere tramandata.
La filosofia è una questione di «famiglia»; altrimenti non sarebbe profondamente storica. Questo non vuol dire, però, che la famiglia abbia la proprietà del filosofo e dei suoi testi. L’eredità di un filosofo è un patrimonio tanto più ricco quanto più è condiviso. Heidegger appartiene, e non appartiene, a coloro che lo hanno letto, che lo leggeranno, che saranno in accordo o in disaccordo.

Prima ancora di accettare o rifiutare, di avere o non avere, siamo eredi e, anzi, siamo in quanto ereditiamo. L’eredità permea la nostra esistenza. Né mera passività né presunta autonomia: l’eredità è una ingiunzione a cui si risponde per un verso accogliendo quel che ci precede, per l’altro reinterpretandolo. È indispensabile una lettura critica. Ereditare — come ha chiarito forse meglio di ogni altro Jacques Derrida — vuol dire essere a un tempo fedeli e infedeli.
Ma nell’eredità di Heidegger, più che i figli, hanno un ruolo decisivo le figlie — le prime donne filosofe, che sono figlie necessariamente ribelli, chiamate a contestare la linea patriarcale della filosofia. Ha un posto a sé Hannah Arendt.
Che cosa avrebbe detto Arendt leggendo le pagine dei Quaderni neri ? Quelle in cui Heidegger tenta di definire l’Ebreo, parla dell’«ebraismo mondiale», e imputa agli ebrei una «assenza di mondo»? Non possiamo saperlo.
Avviene però qui quasi un gioco di specchi: la disputa d’amore tra Heidegger e Arendt diventa una chiave indispensabile per comprendere la riflessione sulla figura dell’Ebreo nei Quaderni neri , mentre questi ultimi gettano luce su quel rapporto. Hannah — il nome ebraico che vuol dire «grazia» — è l’evento che spezza l’ ordo amoris di Heidegger. Ma è anche la chance mancata, l’attimo fuggito, l’asilo rifiutato perché troppo inquietante e estraneo. Dopo di lei l’amore di Heidegger resterà spaesato, prigioniero nel regno della possibilità. La relazione dura solo pochi mesi. Heidegger sceglie il ritiro, la meditazione sull’Essere. Abbandona Hannah, aggira l’incontro, lascia che la sua figura svanisca, rifugge da quel che lei è concretamente. Così, in seguito, l’ebraismo può ritornare, come uno spettro, aggravato da un peso metafisico. E l’ombra dell’ebreo può proiettare l’ Ebreo figurale , accusato dell’abbandono dell’Essere.
Molti sono, oltre all’antisemitismo, i nuovi temi all’ordine del giorno dopo i Quaderni neri . Occorrerà, in particolare, riscrivere il capitolo sulla politica.
In un suo saggio recente Peter Sloterdijk sostiene che sia indispensabile oggi parlare di una «politica» di Heidegger, una politica radicale, percorsa da un «accento leniniano», da una tonalità apocalittica e dall’aspirazione a essere avanguardia. Sloterdijk situa Heidegger, insieme a Dostoevskij, nello schieramento dell’antiglobalizzazione che critica lo stile di vita occidentale e punta l’indice contro il mondo della felicità appagata dal grande magazzino. Sloterdijk annovera Heidegger tra i « compagnons de route del comunismo». L’antiglobalizzazione avrebbe potuto portarlo «nel campo della sinistra».

Accanto a un concetto inedito e articolato di «rivoluzione», vista come «evento», la grande novità dei Quaderni neri è la riflessione di Heidegger sul comunismo. Le virgolette, usate con rigore, distinguono il comunismo storicamente realizzato, legato per lo più alla figura di Lenin, dal «comunismo» che resta invece una possibilità non ancora realizzata, il nome filosofico di quel comune e comunitario soggiornare umano nella pólis , che potrà esserci solo quando la politica non sarà più solo amministrazione burocratica.
«Potere dei soviet più elettrificazione»: il comunismo sovietico non ha parlato di «comunità». E ha assecondato il nichilismo tecno-planetario — per una via diversa da quella del liberalismo. Il rimprovero non potrebbe essere più grave. Perché il vero bersaglio di Heidegger è quella ideologia del progresso che ha la sua espressione più potente nel liberalismo. Dopo averlo ricondotto al «pragmatismo», alla dottrina per cui è vero ciò che è «utile», Heidegger lo designa con il nome di «americanismo» considerandone la provenienza geopolitica. E scrive: «Non prima del 2300, all’incirca, potrà esserci di nuovo Storia. Allora l’americanismo si sarà esaurito nel tedio del suo vuoto. Fino a quel momento l’uomo continuerà a compiere insospettati pro-gressi nel nulla, senza riconoscere lo spazio di questa sua corsa, e cioè senza superarlo».
Heidegger non considera il liberalismo come orizzonte ultimo e lo lega alla fine della modernità, mentre nel comunismo, non ancora realizzato, vede il polo filosoficamente opposto. La critica alla « rivoluzione occidentale » di Marx e di Lenin, «non abbastanza rivoluzionaria», si coniuga con una idea di globalizzazione a cui sembra affidato il futuro del filosofo, la sua possibilità di incidere nel XXI secolo.
Heidegger non ha mai trovato la via dell’esodo e il modo di giungere alla metropoli. I suoi sentieri si interrompono prima; ogni movimento, necessariamente planetario, gli appare ridondante. Perciò resta nell’intimità, in qual margine dove, da rivoluzionario liturgico, custodisce la presenza nascosta di un incombente stato di eccezione promesso a un mondo non redento. Rifiuta la visione urbana della politica, l’incontro delle opinioni nel mercato, lo scambio nell’assemblea popolare — o parlamentare. Il luogo da cui parla è extra-parlamentare, oltre-parlamentare. In questo senso la sua politica è una poetica dell’emergenza.

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