Lo spettatore.

PiergiorgioGiacche

Come vede l’evoluzione dello spettatore nel corso degli ultimi anni?
La risposta non è semplice, anche perché quando si parla di spettatore tutti parlano di pubblico. Il pubblico è qualcosa che oramai è diventato tutto e niente, dentro il quale il singolo si perde e si annulla, potrei dire si acceca. Quando guardiamo la tv ci accechiamo, e solo il teatro forse raduna, tormentandolo, un pubblico come “corpo collettivo”, persino a colpi di noia e di difficoltà e spesso di mancanza di fascino… E’ strano come funzionino forse più gli insuccessi che i successi…
Il pubblico è comunque un obiettivo collettivo importante e sarebbe fondamentale recuperarlo su un piano sociale, ma non darlo per scontato come fosse una quantità e di conseguenza svuotato di qualità.
Col nostro progetto noi puntiamo sullo spettatore – certo come parte di un pubblico, ma a ciascuno la sua parte – perché poi è compito di ciascuno a suo modo fare un percorso di deformazione, di autocritica e poi di autoeducazione. Non è un’arte ma un lavoro; lo spettatore dovrebbe elaborare; l’apertura, l’attesa, la curiosità e l’impegno non sono doveri ma dovrebbero apparire e crescere spontaneamente. Non si tratta di diventare creativi, una parola tentatrice ma pericolosa e compiacente. Bisognerebbe invece immergersi e respirare mentalmente e sensorialmente, come quando ci capita di leggere un bel libro – sempre che ci piaccia e sappiamo leggere. Magari i libri, e talvolta anche le musiche, le pitture…, hanno un inizio difficile, bisogna aspettare e continuare, superare gli ostacoli e le distrazioni, fin quando il libro ci prende – o forse è meglio dire, noi lo prendiamo.
A volte, se veramente ci piace, lo centelliniamo, abbiamo paura che finisca troppo presto: ecco non sarà questo un modello ma è un esempio di quello che si potrebbe fare o dovrebbe accadere anche con lo spettacolo.

Cos’è cambiato oggi?
Lo spettatore, in senso vitale e curioso e infine attivo, è attualmente praticamente morto. Il consumatore che l’ha sostituito non è detto che lo abbia assorbito: spesso lo ha rigettato come una forma arcaica e infine poco adatta al tempo e al mondo presente.
Le forme spettacolari mediatizzate, o se si vuole il linguaggio e il dispositivo della pubblicità, è avvolgente, prepotente e infine autosufficiente. Non si tratta più di immergersi, ma di ritrovarsi felicemente affogati in stili e modi spettacolari che sono più forti di noi, e però vanno avanti anche senza di noi. La “relazione” ecco quello che va ristabilito: persino una relazione di dipendenza, di passività, di seduzione. ma infine sempre una relazione in cui lo spettatore sente di essere un polo e un ruolo.

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