57. Biennale d’Arte di Venezia . VIVA ARTE VIVA.

immagine dell'articolo

Rosella Siligato

VIVA ARTE VIVA”, curata dalla francese Christine Macel con un impianto chiaro e un ritmo scorrevole, è un inno alla caleidoscopica vitalità di artisti di tutte le generazioni, ultimo baluardo contro l’individualismo e l’indifferenza, chiamati a misurarsi con non uno, come al solito, ma con nove impegnativi temi che assillano la nostra vita e che vanno letti in sequenza e nel loro complesso.

“Gli artisti e i libri”, “La gioia e la paura” sono i temi che si svolgono nel Padiglione Centrale , ai Giardini. Dai libri e dalla scrittura, strumento tradizionale di conoscenza, fonte di ispirazione, il tema si amplia anche ad altri strumenti più attuali e inflazionati, ai modi di usarli, manipolarli, stravolgerli, superarli, rifiutarli e ai tempi della conoscenza . Il tempo dedicato al “dormire”, all’”otium” dell’artista, che si contrappone alla frenesia del fare, è in realtà il più produttivo, indispensabile per pensare, elaborare, creare, ricrearsi, rinascere. Il libro non è più un tramite di conoscenza solitaria, l’artista non è più chiuso nel suo atelier ma apre alla collettività, che stimola le specificità più diverse e le potenzia in una volontà di libertà espressiva, di capacità di spaziare, di desiderio di andare oltre i linguaggi conosciuti.

Gli artisti del “Padiglione delle gioie e delle paure” vivono pochissime gioie e molte paure. Gente che sparisce, gente che migra, volti stanchi e distorti, corpi feriti confermano le emozioni che noi viviamo difronte agli eventi drammatici che ci colpiscono ogni giorno . Solo nell’opera onirica di Sebastian Diaz Morales l’uomo reagisce precipitando con indifferenza nel vuoto nebuloso che lo avvolge.

Gli altri sette temi si snodano negli spazi dell’Arsenale.

Il “Padiglione dello spazio Comune” ci parla della condivisione dell’ esperienza artistica, da Juan Downey che nella riserva federale amazzonica filma la vita del popolo Yanomani e viene a sua volta filmato da questi, a Rasheed Araeen che mette a disposizione dei visitatori della Biennale i suoi cento cubi per creare strutture a loro piacimento, sino alle poetiche trame intessute da Maria Lai , cariche degli umori, dei riti e delle tradizioni della sua terra di Sardegna. Della Lai è rimasta indimenticabile la performance “Legarsi alla Montagna”, che si è svolta nel 1981 a Ulassai, suo paese natio. Ispirandosi ad una fiaba locale, aveva coinvolto gli abitanti di Ulassai a circondare con un nastro azzurro le loro abitazioni sino al campanile della chiesa e poi all’apice della montagna. E’ ad un artista di questo padiglione, Franz Erhard Wlather, che è stato assegnato il Leone d’oro : “ per un lavoro che mette insieme forme, colore, tessuti, scultura, performance e che stimola e attiva lo spettatore in modo coinvolgente. Per la natura radicale e complessa della sua opera che attraversa il nostro tempo e suggerisce la mutazione contemporanea di una vita in transito”. Come dice la motivazione, che riassume il succo della Biennale.

Tra l’attualità che ci fa disperare e sperare non poteva mancare l’ecologia con le sue molteplici implicazioni. La complessa, poetica e divertente installazione video di Charles Atlas troneggia meritatamente al centro del padiglione dedicato alla “Terra”, ci incanta con i suoi tramonti e ci diverte con l’ironica ed eccessiva presenza della truccatissima e imparruccata drag quin newyorkese, Lady Bunny, che parla di politica. Anche Atlas ha avuto una menzione speciale dalla giuria della Biennale :” per due video di grande splendore visivo e sofisticato montaggio in cui le immagini della bellezza naturale e dell’artifizio artiiale sono accompagnate da un racconto che affronta i problemi di indigenza, frustrazione, sessualità e classe”.

Il padiglione meno stimolante è quello delle “Tradizioni”, forse per i preconcetti che attualmente suscitano le implicazioni politiche di questa parola, anche se gli artisti l’hanno interpretata più che altro come lavoro sulle radici etniche e culturali, come fonte ricca di stimoli da studiare e attualizzare.

Con il “padiglione degli Sciamani” ci immergiamo nel campo della spiritualità e del rito, dove hai subito l’ incontro con l’opera più interessante e coinvolgente : l’ enorme tenda in poliammide del brasiliano Ernesto Neto, ispirata a quella degli indios Huni Kuin della foresta amazzonica. Entri, ti siedi e partecipi. E’ una performance continua, anche quando non c’è l’evento-performance vero e proprio, un luogo per parlare con i tuoi vicini di spiritualità, di politica, di natura, di forze positive e di forze negative, tra candele, profumi e musica.

Il corpo femminile e l’ energia c he sprigiona, la sensualità, gli stati di trascendenza, la musica che diventa spesso elemento inscindibile dalle immagini sono il filo conduttore del Padiglione Dionisiaco, ma tra tanti corpi femminili non poteva non spuntare anche la sensazioni di asfissia che emana dalle fotografie dell’ americana Eileen Quinlan, il cui corpo gravido schiacciato contro le pareti di vetro della doccia rimanda alla questione dei ruoli, alla difficoltà di essere madre e artista.

La curatrice Christine Macel presenta il “Padiglionr dei Colori” come” una sorta di fuoco d’artificio, in cui convergono , alla fine del percorso dell’Arsenale, tutte le questioni che lo precedono; un’ esperienza straniante , che precede l’ultimo capitolo” , dedicato al “Tempo e all’Infinito”, dove metafore del tempo che passa e narrazioni che scivolano in un continuum spazio temporale cercano di ridefinire un concetto di tempo in un periodo dove conta solo l’attimo presente.

Tra i padiglioni nazionali, ad ogni Biennale più numerosi, la giuria ha assegnato alla Germania il Leone d’oro per l’ installazione di Anne Imhof, con la motivazione :“ pone domande urgenti sul nostro tempo e spinge lo spettatore a uno stato di ansia consapevole… il lavoro di Imhof è caratterizzato da una scelta rigorosa di oggetti, corpi, immagini e suoni”. Siamo abituati a non veder premiato Il Padiglione Italia, ma nello spazio ampio e importante delle Tese la curatrice, Cecilia Alemani, ha presentato tre impegnativi lavori di Roberto Cuoghi, Giorgio Andreotta Calò e Adelita Husny-Bey, che hanno avuto come tema “ Il mondo magico”, ispirato al titolo del libro del 1948 dell’ etnoantropologo Ernesto De Martino. “ I tre artisti non cercano nel magico una via di fuga nell’irrazionale, quanto piuttosto una nuova esperienza della realtà”.

Fuori dai luoghi deputati per la Biennale alcune mostre sono assolutamente da non perdere : all’isola di San Giorgio, la mostra semplicemente perfetta di Alighiero Boetti e l’ installazione di specchi di Michelangelo Pistoletto. Alla punta della Dogana e a Palazzo Grassi va in scena l’invenzione fantastica di Damien Hirst, che racconta di una nave affondata con la sua ricchissima collezione nelle acque vicine alla costa dell’Africa sudorientale e ritrovata nel 2008, dopo circa 2000 anni,. Le concrezioni marine e le rosse incrostazioni di coralli caricano di fascino gli incredibili reperti corrosi dalle acque, ma tanto è entusiasmante la mostra alla Punta della Dogana, tanto è ripetitiva quella di Palazzo Grassi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...