Verlaine ha il dono della verginità dello sguardo: ogni cosa vista e vissuta – siano camere d’ospedale, sale di conferenza, boschi, opere architettoniche – sembra irradiata dalla confusa luce di un sogno d’infanzia. Le forme si vivificano e rivelano spesso l’ironia di insoliti rapprochements. I numerosi riferimenti, in entrambi i taccuini, a luoghi e situazioni precise tratteggiano, attraverso il particolare vissuto, una storia alternativa della Francia, ai margini dell’ufficialità. Ma non solo. La scena volentieri spalancata su spazi intimi e talvolta compiaciutamente osceni, fa sì che una luce cruda investa l’intimità di un l’intimità di un uomo spesso mitizzato dalla storia letteraria. Verlaine, giunto alla fine della decadenza (per parafrasare un suo celebre verso), non pensa che alla morte e, purtuttavia, non rassegnandosi a cadere tra le braccia della “Camarde” le lancia, ogni giorno, la sua sfida. Il diario dei ricoveri e il diario di viaggio, per la prima volta in italiano, sono una testimonianza quanto mai vivida e autentica dell’ultimo Verlaine, sempre lacerato tra desiderio di fuga e desiderio di un riparo; o, forse, di una riparazione a un qualche ancestrale dolore.