Ebrei che raccolgono la manna, Poussin.

Per la ricerca su Nicolas Poussin paesaggista, ho letto nell’ultimo mese le lettere del pittore francese nell’edizione Didot, Parigi 1824, che è in linea sul sito Gallica della Bibliotèque Nationale de France (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k106522t.r=poussin+lettres.langEN).
Lettere interessanti e istruttive. Con una scrittura semplice, spontanea, senza fronzoli retorici, per nulla barocca, Poussin scrive delle sue precarie condizioni di vita, di Roma, degli amici, dei committenti. Tra una notizia e l’altra inserisce a volte brevi considerazioni che hanno la forza e il sapore dell’aforismo, in cui condensa il suo pensiero sulla vita e sull’arte, preziose testimonianze di una dotata e matura personalità. Ecco un esempio: “Le cose in cui vi è perfezione non si devono vedere in fretta, ma con tempo, giudizio e intelligenza. Per giudicarle bene bisogna usare lo stesso metro col quale si fanno bene”(Lettera a Chantelou, 20 marzo 1643).
Nelle lettere Poussin scrive soprattutto del suo lavoro e di quadri. Leggendole possiamo imparare molte cose. Ad esempio, veniamo a conoscere quale era la funzione che il pittore assegnava alla cornice e per quale motivo condivideva la pratica di coprire i quadri con tende.
Nella lettera del 28 aprile 1639 al suo committente Fréart de Chantelou (1609-1694), ingegnere a corte, amante d’arte, collezionista, scrive di avergli spedita la tela con La caduta della manna per mezzo di Bartholin, corriere di Lione. Il quadro (cm. 149×200) è oggi conservato al Louvre; per Jacques Thuillier “è una fra le composizioni in cui Poussin ha più sistematicamente sviluppato i propri concetti sulle peripezie drammatiche e sull’analisi delle passioni” (L’opera completa di Poussin, Milano, Rizzoli, 1974, p. 100, n. cat. 118).
Poussin prega Chantelou, dopo che l’opera gli sarà giunta a Parigi, di ornarla con una cornice, e gli spiega perché. La cornice aiuta chi osserva l’opera in tutte le sue parti a tenere concentrata la vista sul dipinto, non venendo disturbata dagli oggetti che stanno vicini alla tela. Sarebbe inoltre bene, raccomanda ancora Poussin, che la cornice fosse d’oro opaco e non lucido, “d’or mat tout simplement”, perché lega più dolcemente con i colori del dipinto senza offenderli. Per Poussin dunque la funzione della cornice non è solo di decoro, ma anche, e forse per lui soprattutto, di aiuto all’osservatore del quadro: essa interpone una zona neutra, di rispetto, tra lo spazio del quadro e lo spazio esterno, che consente all’occhio dell’osservatore di non distrarsi ma di mantenersi fisso sul dipinto.
Nella lettera del 22 giugno 1648, Poussin scrivendo ancora a Chantelou mostra di condividere pienamente una pratica di cui il collezionista deve avergli scritto, quella di coprire con tende i quadri della sua galleria. Poussin trova eccellente l’invenzione di Chantelou e aggiunge: “Sarà sicuramente meglio mostrare i quadri ad uno ad uno che vederli tutti insieme, provocando una sensazione troppo forte e improvvisa, che distrae e affatica l’attenzione”. La copertura dei quadri è favorevolmente vista da Poussin non tanto come espediente per ripararli dalla polvere e dalla luce, a cui non accenna, quanto piuttosto per migliorarne le condizioni di presentazione e di osservazione.
Il 25 luglio 1665 Gian Lorenzo Bernini trovandosi a Parigi visitò la galleria di Chantelou. La visita del grande scultore italiano è così descritta dallo stesso Chantelou: “E’ passato poi [Bernini] nella sala ove sono i quadri raffiguranti i Sette Sacramenti, dei quali era scoperto soltanto quello raffigurante la Cresima“. Dopo aver annotata la lunga attenzione prestata da Bernini alla tela, Chantelou continua: “Ho fatto quindi scoprire quello raffigurante il Matrimonio, ed il Cavaliere l’ha ammirato come il primo […] Anche il quadro raffigurante la Penitenza è stato guardato a lungo ed esaminato. Nel frattempo ho fatto scendere quello raffigurante l’Estrema Unzione e l’ho fatto mettere in luce perché il Cavaliere lo potesse meglio vedere […] Ho fatto successivamente portare il Battesimo e l’ho fatto porre, come il precedente, presso la finestra” (Paul Fréart de Chantelou, Viaggio del Cavalier Bernini in Francia, Palermo, Sellerio editore, 1988, pp. 93-94).
A distanza di quasi vent’anni da quando ne aveva parlato per la prima volta con Poussin, Chantelou ha consolidato nella sua galleria la pratica di tenere coperti i quadri e di presentarli all’osservazione del visitatore ad uno ad uno, scoprendoli volta per volta. E anche l’utilizzo di cornici molto semplici, dorate con oro opaco, doveva essere diventata una pratica osservata con diligenza da Chantelou. Anche di essa ne parla nel suo giornale di viaggio di Bernini. L’occasione gli fu data dallo scultore italiano che, venuto sull’argomento delle bordure degli arazzi,  sosteneva che il troppo splendore e la varietà nuocevano agli arazzi: “che il bordo serve solo di limite o di finimento, allo stesso modo che nei quadri, e in ogni opera bisogna mettere solo le cose che producono meno confusione e sono nette il più possibile: precetto che bisogna tenere presente in tutto, compresi gli stessi affari quotidiani”. Ascoltate queste parole, Chantelou, rivolto a Bernini, ricordò “che Poussin, senza dubbio a questo fine, si raccomandava perché non si mettessero ai suoi quadri che cornici molto semplici, e senza oro bunito, e che questa è la ragione per cui Michelangelo non voleva che le nicchie fossero ornate e diceva che la statua era l’unico ornamento della nicchia” (ivi, pp. 163-164).
Osserviamo ora, per chiudere questa nota con una immagine bella e molto esplicativa, il quadro di David Teniers il Giovane, L’arciduca Leopoldo Guglielmo nella sua galleria di Bruxelles, olio su tela, cm. 127×162,6, 1651, conservato nella Egremont Collection, Petworth House, The National Trust. La tela di Teniers può aiutarci a immaginare l’ambiente, l’atmosfera, i modi, i movimenti, i gesti della visita di Gian Lorenzo Bernini alla galleria di Chantelou.
Nel Teniers i quadri, pur provvisti di tende, come ben si vede, sono tutti scoperti, perché l’intenzione iconografica perseguita dall’artista è di esibire la galleria come un teatro della pittura. I visitatori osservano ad uno ad uno i quadri che vengono loro portati ed esibiti dagli inservienti; si analizzano, si fanno confronti; per l’ampia finestra, che riteniamo rivolta a nord o ad est come negli ateliers dei pittori, si diffonde nell’ambiente una rispettosa, omogenea e grata luce naturale che serve ad una perfetta osservazione dei quadri.

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