Un dialogo affettivo tra opera e visitatore.

Conversation piece – titolo «rubato» all’installazione dell’artista spagnolo Juan Muñoz – precocemente scomparso, delinea il sottile legame concettuale che annoda le opere esposte alla Galleria nazionale di Roma (la mostra, curata da Nimfa Bisbe, direttrice della collezione de la Caixa, resterà aperta fino al 17 settembre).
I lavori provengono dalla Fondazione La Caixa, che ha il suo più rilevante Centro espositivo a Barcellona, la CaixaForum, un edificio di origine modernista-catalana, progettato da Josep Puig i Cadafalch, accuratamente ristrutturato per accogliere l’arte contemporanea.  La collezione spagnola, che si va componendo e arricchendo fin dagli anni ’80, conserva opere mirabolanti che vanno da Donald Judd, Bruce Nauman, Michael Snow, Richard Long a Miroslaw Balka, Francis Alÿs, Douglas Gordon, Mike Kelley, Steve McQueen, Tacita Dean, Massimo Bartolini, Richard Deacon, e moltissimi altri.

Da questo ricco bacino è generata la selezione romana che, nella sua minimale rappresentazione, è organizzata attraverso nessi di connessione interni, quasi interiori, che rimandano al sostrato intellettivo e formale delle opere stesse, ed esterni, che si addentellano al luogo che li ospita.

L’intera raccolta della Galleria nazionale, nel nuovo e ragionato allestimento voluto fortemente dalla direttrice Cristiana Collu, si addensa in un discorso continuo di rimandi, che articola «una visione cognitiva e dialogica» per usare un ossimoro, meno didattica e storicistica di quella precedente a cui il pubblico era stato abituato.
Conversation piece, esposta nel salone centrale, ormai rinnovato e «liberato» dall’intermittente collezione, mostra tutta l’intima interlocuzione che tra opera e opera e tra opere e fruitore si viene a stabilire, una volta catturati nella morsa dell’empatia. Non solo, ma per molti degli artisti selezionati l’affinità lavorativa si estende anche a quella privata.

Il riduzionismo minimalista che intesse la maggior parte dei lavori esposti e di cui fa capo l’opera parietale di Donald Judd, Untitled, del 1988, realizzata in alluminio anodizzato e metacrilato blu, sembra snodare un discorso silenzioso e affettivo tra le opere. Poiché a esso si interfacciano Richard Serra con Crosby, un dittico pittorico del 1989; Agnes Martin con Sin título 5 e Sin título 7 del 1997; Antoni Tàpies con Gran blanc sense matèria, del 1965. Ma sempre a Judd si relazionano, più o meno, pericolosamente e liberamente l’installazione di resina di Rachel Whiteread, Sin título (Corredor de resina), 1995 e perfino Doris Salcedo Sin título del 1995, con una sua scultura-armadio che conserva, cementandoli, oggetti e memorie dei violenti conflitti della sua vituperata terra colombiana.

Relazionale e spaesante è la bellissima scultura parietale di Fernanda Fragateiro, Unbuilt. After Conjunto habitacional em scalaheen (2005), realizzata in legno di pioppo. Fregateiro, meravigliosa artista portoghese, che riflette sul concetto di utopia come mezzo di trasformazione dell’esistente e che, attraverso le sue installazioni, rinvia sentimentalmente alle opzioni dell’architettura utopista passata come fulcro di destabilizzazione semantica.

Accanto a esse, in levità: il bel video di Ignacio Uriarte The History of the Typewriter recited by Michael Winslow, l’installazione di Jana Sterbak Psi a Slecna (Defence), più il video della relativa performance e l’installazione First Easy Piece di Julião Sarmento che riscrive in 3D la famosa scultura La petite danseuse de quatorze ans di Edgar Degas.

Un filo sottile e imperscrutabile polarizza il tutto verso Juan Muñoz con la sua installazione Conversation Piece (Hirshhorn), del 1995 che, estatica e metafisica, campeggia al centro del salone. Muñoz, nel realizzare e riprodurre ciò che diventerà la sua icona e che ascende dal «misurizzi» (balocco a forma ovoidale con una base sferica appesantita che la tiene in bilico) non fa che interpretare la sensibilità contemporanea. Le sue figure monocromatiche e conformate, ripetute numericamente e variabilmente, non sono che «forme simboliche» con cui perimetra la soggettività umana, introiettata in un persistente individualismo e filigranata da una solitudine sconfinata.

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Dal 3 luglio al 24 settembre avrà luogo la 48/ma edizione dei Rencontres de la Photographie ad Arles. 25 luoghi, 40 mostre e 250 artisti occuperanno la città, intrecciando traiettorie che vanno dall’America Latina (in particolare alla Colombia) al Bosforo fino all’America. All’Iran è dedicato un corposo focus con 64 fotografi, che racconteranno un paese in grande mutazione. La sezione «World disorders» presenterà la serie di Mathieu Asselin «Monsanto: a Photographic investigation», « Drowning World» di Gideon Mendel e «Looking for Lenin» di Ackermann & Sébastien Gobert. «The incurable egoist
Fukase» è la prima retrospettiva europea dedicata a Masahisa Fukase, con materiali mai usciti dal Giappone.

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