Labirinti del cuore. Giorgione le stagioni del sentimento tra Venezia e Roma.

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Laura Gigliotti

Foto: Giorgio da Castelfranco, detto Giorgione (Castelfranco Veneto 1477 c. – Venezia 1510) Leda e il cigno 1499-1500 Tavola, 12 x 19 cm Padova, Musei Civici, Museo d’Arte Medioevale e Moderna

 

“Labirinti del cuore. Giorgione le stagioni del sentimento tra Venezia e Roma” è una mostra molto particolare anzitutto perché è incentrata su un “quadro-guida”, il doppio ritratto “Due amici” di Giorgione entrato nelle raccolte del Museo Nazionale del Palazzo nel 1919. Un dipinto che viene utilizzato come “una chiave d’accesso a un tema ancora pienamente da indagare, quello della rappresentazione dei sentimenti e degli stati d’animo nell’Italia dei primi del sedicesimo secolo”. E perché è ospitata in due sedi prestigiose ma con storie e realtà molto diverse, Castel Sant’Angelo che registra un costante aumento di visitatori, oltre un milione 250 mila ingressi nel 2016 e Palazzo Venezia, il primo edificio rinascimentale a Roma voluto da papa Paolo II Barbo, nel cuore della città, che per diversi motivi, in particolare le vicende storiche legate al “ventennio”, è uscito dal circuito del turismo e perfino dall’immaginario collettivo, “fino a diventare quasi invisibile”. A dirlo è Edith Gabrielli, dal 2015 Direttore del Polo Museale del Lazio, impegnata a potenziare la conoscenza dei due edifici e delle loro collezioni permanenti con iniziative di qualità arricchite dall’impiego di supporti analogici e tecnologici. Il discorso vale sempre, ma in particolare per Palazzo Venezia che da un anno a questa parte sembra aver cambiato faccia. Un esempio fra tutti il giardino aperto alla città, diventato un luogo godibile per i cittadini e d’estate spazio per spettacoli all’aperto.

La mostra, curata da Enrico Maria Dal Pozzolo, uno dei massimi studiosi di pittura veneta fra rinascimento e barocco, assistito da un prestigioso comitato scientifico composto da Lina Bolzoni, Miguel Falomir, Silvia Gazzola, Augusto Gentili e Ottavia Niccoli, presenta complessivamente 45 dipinti, 27 sculture, 36 libri a stampa e manoscritti, oltre a disegni, incisioni e numerosi altri oggetti (catalogo arte’m).

Particolarmente indovinato l’allestimento progettato dallo Studio De Lucchi che ha dovuto confrontarsi con ambienti storici molto connotati e difficili da gestire. Non potendo utilizzare le pareti, sono state create delle strutture leggere in legno chiaro e tessuti pastello, spazi riservati, come discrete alcove, dove poter sostare. Che consentono di esporre ogni oggetto alla giusta altezza con un sistema di mensole e di supporti, ma lasciando intravedere le pareti affrescate e i soffitti dipinti.

Quando Edith Gabrielli mi ha chiesto di elaborare un progetto imperniato sui “Due amici” ho pensato che sarebbe stata un’occasione molto bella, scrive in catalogo il curatore Dal Pozzolo. Perché avrebbe offerto la possibilità di portare un focus su un quadro poco noto rispetto alla sua rilevanza, ma anche sui fili che legano la figura di Giorgione a Roma nell’ambito dei rapporti intercorsi fra Venezia e la Città Eterna, che ebbero il loro palcoscenico privilegiato proprio a Palazzo di Venezia, come si dovrebbe più propriamente definire. E’ la prima dimora di un collezionista, il cardinale Domenico Grimani, che probabilmente fu il committente del pittore di Castelfranco. Grimani fu con Pietro Barbo, il patrizio veneziano diventato nel 1464 papa Paolo II, al centro dei rapporti politici, diplomatici e culturali fra i due stati fra Quattrocento e Cinquecento.

Ed è proprio nell’Appartamento Barbo, a cui si accede dall’ingresso di Piazza Venezia, sotto il balcone, che si snoda la rassegna a cominciare dal benvenuto dato dai due leoni San Marco, attualmente collocati nell’ingresso principale della Basilica omonima. A seguire si entra nel “mito di Venezia”. Da un lato la pergamena, l’atto ufficiale con cui papa Pio IV dona l&rsuo;edificio alla Repubblica, dall’altro il dipinto di Anonimo in cui il papa consegna ufficialmente il palazzo all’Ambasciatore della Serenissima Giacomo Soranzo. Un mito che si perpetua nei rituali della tradizione, come il fastoso corteo della dogaressa Morosini, esposto per la prima volta. Di Venezia e Roma, città antiche e gloriose, rivali e alleate, la mostra ricostruisce miti, leggende e allegorie. Esposta la “Veduta di Venezia” di Jacopo de Barberi del 1460, attribuita in antico a Dürer (dal Museo Corrrer). Un’immagine aerea notissima, glorificazione della città costuita sull’acqua e aperta verso il mare, “metafora di libertà e autonomia politica”. Dell’urbe, di un anonimo pittore romano della metà del Cinquecento, una “Veduta di Roma” che mette in luce il suo duplice ruolo, capitale di una monarchia assoluta e sede privilegiata della cristianità. Nella sala che segue a ricordare i due veneziani illustri Pietro Barbo e Domenico Grimani il busto di papa Paolo II di Mino da Fiesole, gli stemmi dei Grimani e dei Barbo e oggetti d’uso comune, salvadanai, cassette da viaggio, cammei in onice e agata dal Museo archeologico di Napoli, piccoli bronzi di animali e di sculture antiche. Viene dal Museo Archeologico di Venezia, ma faceva parte della collezione del cardinale Grimani il “Busto di Lucio Vero” della seconda metà del II sec. d. C. Intervallati a dipinti, sculture e oggetti i libri e le incisioni come il prezioso volume edito da Aldo Manuzio “Hypnerotomachia Poliphili” considerato il più bel libro stampato del Cinquecento attribuito a Francesco Colonna e l’incisione a Bulino datata 1526 di Dürer del “Ritratto di Erasmo da Rotterdam”. Dopodiché si arriva al cuore della rassegna, al Giorgione di cui vengono presentati documenti originali del 1510 e del 1511. Il primo è l’inventario dei beni trovati in casa dopo la morte a causa della peste, il secondo la lettera scritta da Isabelle d’Este a un emissario a Venezia in cui chiede se fosse rimasta del pittore “una notte molto bella e singolare”. In mostra una stampa della metà del Seicento con le fattezze di Giorgione autoritrattosi come Davide. E fra il libri il “Cortegiano” di Baldassar Castiglione che lo cita tra i cinque primi pittori d’Italia e le “Vite” di Vasari. La seconda edizione del 1568 si apre con un ritratto derivato dal “Davide” che Vasari dice di aver visto nello studiolo del Cardinale Grimani. E dalla National Gallery di Londra di Giorgione “Fetonte davanti ad Apollo”, dai colori sgargianti, attribuito in passato a Raffaello. Viene da Padova l’incantevole minuscola tavola con la “Leda e il cigno”, forse il frontale di un cofanetto o di uno scrigno, che deriva da uno dei cammei antichi della collezione di Papa Barbo che si conserva all’Archeologico di Napoli

Si giunge infine nella Sala del Mappamondo al “sancta sanctorum” con i “Due amici” che troneggiano al centro. In primo piano un giovane vestito elegantemente ci fissa, assente e vagamente triste. Con la destra sorregge il capo, nella sinistra stringe un melangolo, un’arancia amara. In secondo piano l’amico non colpito dagli strali d’amore. Viene definito un unicum iconografico in quanto esprime un nuovo modio di concepire la ritrattistica in pittura, non legata alla descrizione dello status sociale del personaggio, ma alla sua psicologia, alla sua emotività, espressione dello spirito del tempo. Come mostra il confronto con i ritratti aulici e di profilo di Gentile e Giovanni Bellini “Ritratto d’uomo”, di Girolamo da Santacroce di “Francesco Petrarca”. Viene dal Louvre il “Ritratto di due giovani uomini” probabilmente legati da un’amicizia profonda del Cariani. E accanto “Melencolia I” di Dürer e le famose “Aldine” dei sonetti di Petrarca e de “Gli Asolani” di Bembo. Una storia che continua col il grande Tiziano de ”Il ritratto di Musicista” della Galleria Spada.

La mostra prosegue a Castel Sant’Angelo negli appartamenti papali fra imponenti saloni e ambienti poco illuminati, che si raggiungono (qualche indicazione in più sarebbe gradita) dal cortile di Alessandro VI, il papa che nel quattrocento promosse imponenti lavori in quest’ala del Castello, detto anche del teatro perché al tempo di Leone X Medici ospitò rappresentazioni teatrali. Si passa, in un tripudio di fregi, camini e resti romani, dalla Sala dell’Apollo, così chiamata per gli affreschi di Perin del Vaga e dei suoi collaboratori realizzati alla metà del Cinquecento, al tempo di Paolo III, alle sale di Clemente VII, il papa che si rifugiò a Castello attraverso il passetto di Borgo per sfuggire ai Lanzichenecchi di Carlo V nel 1527, alla Sala della Giustizia, nome moderno legato al fatto che vi si celebravano i processi.

E’ la seconda sezione di una mostra che indaga l’animo umano attraverso le opere di grandi artisti provenienti dai più importanti musei del mondo. Un’esplorazione di quel viluppo di sentimenti che ogni uomo porta con sé durante l’esistenza in cui la pittura rimanda a modelli letterari e viceversa. Sono esposti 27 dipinti e 19 volumi che “introducono ai differenti modi della rappresentazione dei sentimenti nell’Italia cinquecentesca”, scrive in catalogo il curatore. I dipinti si intrecciano ai libri, di Petrarca, di Castiglione, Bembo, Mario Equicola, che narrano le varie fasi dell’esperienza amorosa da quando si è colpiti da Cupido al momento dell’abbandono, della memoria dell’amato. Dalla parola scritta alla musica, tanto importante nella comunicazione amorosa dell’epoca, alla presenza di simboli che dichiarano la propria disponibilità fino all’ostentazione della bellezza mostrata nella sua nudità, all’unione matrimoniale, ai figli. E sono veri e propri capolavori a raccontare questo itinerario dei sentimenti. Dall’ ”Imperatrice Isabella del Portogallo” di Tiziano, al “Ritratto di liutista” del Romanino, alla tavola con la “Coppia in giardino” di Vincenzo Tamagni che viene dalla residenza dei conti di Leicester in Norfolk, al “Ritratto di gentildonna con lira da braccio” di Anonimo della Galleria Spada di cui è stato identificato il brano musicale inciso nell’audioguida, al “Doppio ritratto” di Federico Barocci, al “Ritratto di donna che mostra il petto” di Domenico Tintoretto, al “Ritratto dei coniugi con mela cotogna” di Sofonisba Anguissola. E una serie di famiglie e di bambini di Ludovico Carracci, di Tiberio Titi e di Bernardino Licinio autore anche di un “ritratto nel ritratto”. Elegantissimo il dipinto del Bronzino “Eleonora di Toledo con il figlio Francesco”, il primogenito erede del ducato mediceo, “immagine esemplare di potere, orgoglio dinastico e fertilità”. Quel Francesco legato alla vicenda nera con Bianca Cappello. Fa storia a sé l’enigmatico “Ritratto di gentiluomo” di Bartolomeo Veneto che indossa una sontuosa veste di pelliccia guarnita sul petto dalla riproduzione di un labirinto. I labirinti del cuore.

Palazzo di Venezia-Piazza Venezia. Orario: martedì-domenica 8.30-19.30 (lunedì chiuso). Castel Sant’Angelo Lungotevere Castello 30. Orario: tutti i giorni 9.00- 19.30. Biglietto unico valido tre giorni. Ingresso gratuito la prima domenica del mese. Fino al 17 settembre 2017. Informazioni: http://www.mostragiorgione.it

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