Un rinnovato popolo della sinistra.

Qualcuno sembra trarre un respiro di sollievo alla notizia che i sondaggi danno sempre come primo il Partito Democratico, attestato, secondo Swg, sul 28% in declino nel giro di una settimana di tre punti. Anche il M5Stelle perde, ma meno, dal 26,2 al 25,3% Questo dato in particolare consolerebbe i renziani. Difficile condividere un simile irresponsabile ottimismo. Non solo perché si devono ancora diradare le nebbie e depositare le polveri perché il normale cittadino possa orientarsi nel nuovo confuso quadro dell’offerta politica. Per questo è certamente prematuro inseguire i sondaggi, che registrano peraltro un alta percentuale di non risposte. Ma soprattutto perché non è questo il metro di misura per giudicare quello che succede. In realtà siamo di fronte alla crisi definitiva di un progetto politico. Quello iniziato con Veltroni che voleva fare del Pd un partito a vocazione maggioritaria autosufficiente, ponendo così nel discorso del Lingotto del 2007 le basi per la caduta del secondo governo Prodi.

Ora il Partito di Renzi è andato a sbattere contro il voto popolare del 4 dicembre. Un voto denso di motivazioni democratiche e sociali. Non a caso i giovani e il Mezzogiorno sono stati i due artefici della sconfitta della controriforma costituzionale. Gli stessi contro cui si abbatte il conclamato fallimento del Jobs act, certificato dai dati Inps che ci raccontano che nel 2016 il numero dei nuovi contratti «stabili» è crollato del 91% rispetto all’anno prima. Diminuiti gli incentivi sono spariti i posti di lavoro. Il rapporto di lavoro precario torna a farla da padrone. Con i suoi tassi di sfruttamento bestiale, come è stato evidenziato nel caso tragico di Paola Clemente morta di fatica nelle campagne pugliesi. Reclutata da un’agenzia interinale, forma moderna dell’antico sempre persistente caporalato. Si comprende bene perché il governo tema il referendum sui voucher e sui subappalti e nicchi rispetto all’obbligo che la legge gli impone di fissare la data per l’effettuazione.

Di fronte a questo dramma le tempeste in atto nel quadro politico restano confinate in un bicchiere d’acqua. Che si determini una vera e propria scissione, o che nel Pd sia in atto un’implosione a scoppio ritardato o una lunga diaspora, ha importanza relativa – se non per i singoli protagonisti. Così come dove effettivamente si accasino quelli se ne sono andati via da Sinistra Italiana a congresso aperto, dal momento che non lo sanno neppure loro. Il nuovo condottiero, Giuliano Pisapia, può forse drenare voti in uscita dal Pd e da Sel, ma non resuscitare il cadavere del centrosinistra. Del resto anche chi decide di abbandonare Renzi – non sto parlando delle continue giravolte di Emiliano – lo fa senza esprimere una leggibile passione ideale e politica, così da rimanere senza popolo. È incredibile che qualcuno pensi che ci si possa appassionare, appena varcata la soglia dei locali riservati agli addetti ai lavori, alla data del congresso o alle modalità delle primarie, quando le questioni della vita quotidiana ruotano attorno ai grandi temi del lavoro, in particolare per i giovani (già ci siamo dimenticati della sconvolgente lettera di Michele, morto suicida a trent’anni), della mancanza di reddito, della povertà, del disastro della scuola, come della sanità, dell’assoluta incertezza nel futuro.

Un tempo ci si aggrappava alla celebre citazione di Mao «Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente». Non era sempre così neppure allora, ma oggi di vero è rimasta solo la prima parte. Confusione tanta, ma situazione pessima.

Eppure una via d’uscita c’è sempre. Anche in questo difficile caso. La vittoria del No è stato il frutto di una insorgenza democratica, ove le idee di società legate al dettato costituzionale hanno fatto momentanea egemonia anche sulle destre che brandivano il referendum per scopi puramente politicisti. In quello scontro è tornato a manifestarsi, legando assieme i temi costituzionali con quelli sociali, un popolo di sinistra, con una forte incidenza giovanile. Si sono creati centinaia di comitati popolari sul territorio che non hanno alcuna intenzione di sciogliersi e reclamano una legge elettorale proporzionale per dare vita a un parlamento legittimo costituzionalmente. L’operazione da fare è quindi capovolgere il punto di partenza. Neppure una lista elettorale, per quanto necessaria, ci salverà.

Bisogna partire dalla capacità di relazione con un rinnovato popolo di sinistra – nel quale è così qualitativamente rilevante il protagonismo femminile – prima che dalla costruzione di un nuovo soggetto della sinistra di cui pure abbiamo estremo bisogno. Perché quest’ultimo senza il primo è privo di fondamenta, esposto ai venti più flebili.

Gerald Durrell, Il giardino degli dèi.

Risultati immagini per Gerald Durrell, Il giardino degli dèi, ed. Neri PozzaC’è un momento che ha cambiato per sempre la vita del celebre zoologo e scrittore Gerald Durrell. È il giorno in cui, nel 1935, sua madre comunica a lui, ai fratelli Lawrence e Leslie e alla sorella Margo che si trasferiranno sull’isola greca di Corfù.
All’epoca Gerald ha solo dieci anni. Ma appena capisce che potrà sguazzare tra acque turchesi e rigogliose di pesci, correre dietro a farfalle dai mille colori e affondare i denti in «pannocchie di granturco lunghe un braccio» e «cocomeri dalla polpa croccante e fresca come neve rosata », pensa di essere arrivato in paradiso. Finalmente può dare libero sfogo al suo precocissimo spirito d’osservazione e alla sua immensa passione per il mondo naturale. Al piccolo Gerry, infatti, non interessa soltanto divertirsi scorrazzando tra verdi vallate o scalando a mani nude le montagne più brulle. Lui vuole vedere, toccare e studiare quanti più animali possibili. Ogni mattina, perciò, carica retini, trappole e gazzose sul dorso del suo fidato asino Sally e parte all’avventura. Dopo pochi mesi dal suo arrivo sull’isola, ha già collezionato una taccola disappetente, un topolino di nome Esmeralda (come la protagonista di Notre-Dame de Paris di cui è innamorato) e un assortimento di uccelli da preda che farebbe invidia al museo di storia naturale più fornito. Certo non si può dire che sua madre sia entusiasta di vedere l’abitazione di famiglia trasformata in un ricovero per bestie di ogni tipo e stazza; soprattutto quando scopre che un’intera colonia di cinghiali ha preso possesso del suo giardino o che il frigorifero è diventato la tana dei cuccioli di Esmeralda.
C’è qualcosa di magico e di stupefacente nel seguire il piccolo Durrell mentre passeggia tra la sabbia fine della spiaggia di Sidari, attraversa i campi di rarissime orchidee selvatiche (che sull’isola crescono in trentasei specie diverse), o si arrampica sui pioppi per osservare «i cervi che passano a nuoto il canale settentrionale», comeraccontava già il poeta Elianos nel 200 d.C.
Unendo letteratura di viaggio e divulgazione scientifica, Gerald Durrell scrive, con Il giardino degli dèi, il ritratto definitivo, ironico e poetico, di Corfù: un’isola che diventa la metafora di «un’infanzia felice e illuminata dal sole». Nella raffinata, prima traduzione italiana ad opera di Laura Prandino, il libro appare nitidamente come un’avventura spassosa ed emozionante «che sembra fatta della stessa materia dei sogni» (The Sunday Telegraph).