L’ antropologia di fronte ai problemi del mondo moderno, Claude Lévi-Strauss.

Nella primavera del 1986 Claude Lévi-Strauss tenne a Tokyo le tre conferenze riunite in questo volume. Qui affronta i temi fondamentali della sua opera, attingendo liberamente agli scritti che lo hanno reso celebre e riprendendo i principali argomenti sociali che non hanno mai smesso di inquietarlo, ma soprattutto riflette sull’avvenire possibile dell’antropologia in un mondo che sta per entrare nel XXI secolo. La sua proposta è che essa si configuri come un nuovo umanesimo universale, che insegni a rispettare la diversità culturale e attribuisca pari dignità a ogni forma di organizzazione sociale: l’antropologia infatti “cercando la propria ispirazione nel cuore delle società più umili e per molto tempo disprezzate, proclama che niente di ciò che è umano potrebbe essere estraneo all’uomo. In questo modo fonda un umanesimo democratico che supera quelli che lo hanno preceduto, creati per classi privilegiate, a partire da civiltà privilegiate e (…) fa appello alla riconciliazione dell’uomo e della natura in un umanesimo generalizzato”.

“Io sono Cambellotti” la mostra di Duilio Cambellotti e l’Agro Romano.

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Laura Gigliotti

Le furie, studio per il manifesto dell’Edipo a Colono, 1948

E’ esposta a Sabaudia fino al 2 luglio, nel Museo dedicato a Emilio Greco ospitato nel Palazzo Comunale, la mostra “Io sono Cambellotti”, una copiosa rassegna di opere su carta insieme a gessi, calchi, bronzi, tempere, acquerelli, matrici per illustrazioni, terracotte, cere, xilografie, studi per vetrate. E’ rappresentato un ampio spettro della produzione di Duilio Cambellotti (1876 – 1960), artista eclettico e geniale. Curata da Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, così come il catalogo De Luca che l’accompagna, presenta la “Collezione della Galleria del Laocoonte”, raccolta in anni di ricerche presso gli eredi della famiglia, sul mercato e alle aste.

Fra le opere esposte spicca un inchiostro e matita su carta in cui a dominare sono le rondini, che solcano il cielo con le loro lunghissime ali che sembrano fuoriuscire dalla cornice del quadro e sfiorare la torre campanaria di una chiesa che domina un antico paese dai tetti spioventi. In lontananza la campagna si distende fino alla linea dell’orizzonte con i suoi appezzamenti ben distinti da colture e siepi. “Le piccole abitatrici delle nostre grondaie”, come le chiamava il pittore sono un elemento ricorrente nella sua produzione artistica. Appaiono nelle vetrate, in ciotole in terracotta, in oggetti in ceramica, come decorazioni architettoniche di villini e facciate e diventano elementi d’arredo nel Palazzo dell’Acquedotto Pugliese di Bari a cui l’artista donerà uno stile inconfondibile. Gli animali, tutti gli animali, come le piante e la natura, sono amati, studiati e messi al centro della sua creazione. Come le aquile scolpite che circondano il monumento ai caduti di Terracina, come l’aquila del manifesto dell’Eposizione Universale di Roma del 1911. Come il bue e l’asinello dagli occhi lucenti di un inedito “Presepe”, una terracotta dipinta a freddo ad olio, come si fa con i personaggi del presepe napoletano.

Artista potente, di grande fascino, Cambellotti è stato scultore in legno, bronzo, terracotta, ha realizzato pitture murali, vetrate, medaglie, maioliche, mobili, arredi. Ha lavorato per il teatro classico di Taormina come per quello di Ostia Antica, per il cinema, per la pubblicità. Sensibili ai problemi sociali del suo tempo e impegnato nell’opera di riscatto degli abitanti dell’Agro Romano e Pontino, promotore delle scuole per i figli dei contadini di un’area che era ancora aggredita dalla malaria insieme con Giacomo Balla, Giovanni Cena, Sibilla Aleramo, Alessandro Marcucci, il romano Cambellotti era artista a tutto tondo. Qualunque cosa toccasse diventava arte, riuscendo a passare dalla scultura, all’illustrazione, alle vetrate, alla ceramica, alla scenografia teatrale. Anche se non era un pittore alla maniera tradizionale, non aveva quel tipo di educazione, infatti non usava il chiaroscuro, le mezze tinte, il suo linguaggio era immediato, quello dei manifesti, della pubblicità.

Per un artista che per tutta la vita ha manifestato la sua predilezione per la natura aspra dell’Agro, che ha narrato gli usi, i costumi, le leggende dei suoi abitanti, la presentazione della mostra a Sabaudia, una delle città di fondazione, non è casuale. La rassegna che si snoda con una serie di pannelli negli spazi vetrati del Museo non segue un ordine cronologico, ma piuttosto quello dei rimandi fra un’opera e l’altra, fra un tema e l’altro.

Per comodità si può iniziare dalla serie dei ritratti e autoritratti. Il primo dei rari autoritratti è un carboncino su carta del 1899, le mani in tasca, il berretto a coprirgli il volto. Secondo quanto scritto dal figlio Lucio sul resto del foglio, era nello studio di via Sicilia in un momento d’oo. E’ di Balla lo schizzo per “Il cesellatore” uo studio a carboncino e pastelli del 1906, ma pubblicato su “Novissima” due anni dopo, che ritrae l’amico al lavoro nel ruolo di artigiano cesellatore. Risale al 1940 l’ ”Autoritratto” in cui si rappresenta con lo sguardo severo e corrucciato. E’ degli anni in cui, dovendo comporre grandi scene affollate di personaggi, come nella Prefettura di Ragusa, o nelle vetrate del Sacrario dell’Arma del Genio di Roma, esegue una serie di volti raccolti nella collezione “Facce del Novecento”. Infine, della stessa collezione, un piccolo gesso del ’57 di suprema eleganza a forma di disco che potrebbe essere servito per una medaglia di bronzo. La barbetta appuntita, il berretto da cui escono ciocche di capelli, lo sguardo indagatore. Sul bordo della cornice due lunghe spighe e alla base la sua firma a caratteri lapidari, la “D” e la “C” intrecciate e la data a numeri romani 1957. In mostra della stessa tipologia i gessi originali per due medaglie che rappresentano scene di vita contadina e segni zodiacali. Numerosi in mostra i gessi e le cere rosse preparatori accostati alle medaglie a cui si riferiscono. E’ il caso della serie di medaglie su temi virgiliani, fra i soggetti “Pales” la dea della pastorizia, firmata con le iniziali “CD” e con la Spiga. E altre della serie ispirata alle poesie di Giosuè Carducci in cui l’artista assimila il suo lavoro “artigianale” a quello del poeta – artiere. In mostra cera rossa, gesso patinato e medaglia del “Sagittario” con i versi del poeta.

Ma Cambellotti non ha lo sguardo solo rivolto al passato mitico, ma anche al futuro, al progresso. Ed ecco il Genio dell’Acqua che sovrintende al suo sollevamento per produrre l’elettricità. Ecco il gesso e il bronzo in cui accanto al genio barbato e all’acqua compaiono sullo sfondo i tralicci elettrici. E viene in mente il grande impegno dell’artista negli anni Trenta per la decorazione e gli arredi del Palazzo dell’Acquedotto Pugliese di Bari.

Tre bozzetti richiamano imprese di grande respiro del Maestro Cambellotti. Lo studio per la vetrata del rosone absidale della Cattedrale di Teramo in stile neoromanico, esposto il cartone uno a uno, che sarà realizzata dal laboratorio di Cesare Picchiarini (lo stesso della Casina delle Civette) e montata nel 1933 e i bozzetti del pannello e della vetrata del Salone delle riunioni della Casa del Mutilato di Siracusa, entrambi del ’36.

Molti i disegni, le xilografie, gli studi preparatori per incisioni, le illustrazioni per i libri delle scuole dell’Agro e per la pubblicità. Da segnalare il manifesto di “Chianciano” in cui ritorna il tema dell’acqua che sgorga dalle chiome di tre donne unite insieme, la tempera con “la Lupa”, una delle pagine illustrate per il lussuoso volume dedicato al Palio di Siena per cui realizzò 17 tavole, “Il Sublicio”, una tempera della serie dei miti latini arcaici presenti alla mostra dell’Agro Romano del 1911 che più tardi dette vita alla versione incisa. La scena rappresenta un’immagine di potenza, linee decise, tracciate senza mediazioni. Anco Marzio, il quarto re di Roma, è intento a sistemare le travi di un piccolo ponte sul fiume. Per molto tempo fu l’unico ponte di Roma, quindi l’unica via che collegava le due sponde del Tevere, costruito solamente in legno perché si potesse smontare facilmente.

L’originalità di Cambellotti ebbe modo di manifestarsi nello spettacolo di cui si occupò per tutta la vita. A cominciare da “La Nave” di D’Annunzio, presentata al Teatro Argentina di Roma nel 1908 di cui fu scenografo, costumista, arredatore di scena e movimentatore di comparse. Per proseguire con collaborazioni col Teatro di Ostia Antica e col Teatro Greco di Siracusa. In mostra bozzetti, costumi di scena e Manifesti. Per “Le Eumenidi” di Eschilo nel ’48 a Siracusa e per “Edipo a Colono” di Sofocle andato in scena alla Basilica di Massenzio a Roma nel ’48, le Furio rosse e le bianche Eumenidi.

Museo Emilio Greco – Sabaudia Piazza Comunale. Orario: maggio lun. – ven. 16 – 19; sab. e dom. 10-13; giugno lun. – ven. 17.30 – 20.30; sab. e dom. 10.00 – 13.00; luglio sab, e dom. 19.00 – 23.00. Fino al 2 luglio 2017.