Quando Pound esaltava il Monte dei Paschi.

Il poeta contrapponeva alla Banca d’Inghilterra “la banca ottima in Siena” che nei vecchi statuti fissava l’interesse massimo dei prestiti al 5 per cento

Oggi il Monte dei Paschi naviga in un mare di guai. Ma fino a pochi decenni fa era additato come un fiore all’occhiello tra le banche italiane, tanto che persino Ezra Pound, poeta americano ossessionato dall’economia, ne elogiò la saggezza nei suoi celebri Cantos. Sembra che il poeta si sia innamorato del Monte nel periodo della grande depressione, quando bazzicava la Biblioteca dell’Accademia Chigiana senese e s’imbatté nei documenti pubblicati per celebrare il terzo centenario (1625-1925) di una delle banche più nobili e più antiche del mondo. In questo istituto, sorto sulla base degli insegnamenti francescani dei Monti di Pietà, per contrastare l’usura si stabilì nei suoi statuti che gli interessi sui prestiti non potessero superare il 5%. Pound, entusiasta, annotava che «la base era il frutto della natura e la volontà dell’intero popolo».

 

Niente maneggi di alta finanza, ma solido ancoraggio all’economia reale dei senesi. Il poeta riprende gli statuti del Monte e li riporta nel suo Canto 42, scritto in Italia negli anni Trenta, in piena era mussoliniana: «che il denaro si dia/ a chi sia per impiegarlo più utilmente / a prò delle case loro, o a benefitio / de’ negotii di campo, come ancora di lana, di seta». E poi «che i sopravanzi… si devino ogni cinque anni.. /distribuire dal Collegio di Balìa… / ai lavoratori del Contado”. Niente lauti stipendi ai dirigenti, ma distribuzione delle ricchezze al popolo. Insomma «un Monte per il bene futuro della città /Giusto mezzo a degno fine» (Canto 43).

 

Ecco quindi la «banca, ottima, in Siena». Al modello positivo del Monte, il poeta contrappone la fonte di tutti i mali, quella Banca d’Inghilterra che «trae beneficio dall’interesse su tutta la moneta che crea dal nulla» (Canto 46). I giochi della City per Pound s’identificano con l’usura, simbolo di sterilità, mentre l’istituto senese si fonda sulla natura, sulla fertilità. Nella storiografia poundiana si fronteggiano due grandi protagonisti: il grano e l’oro. «Il metallo dura, ma non si riproduce», scrive il poeta, «seminando oro non si raccoglie oro moltiplicato». L’oro infatti «non germoglia come il grano». Ed è un vero peccato che il Monte dei Paschi si sia allontanato dalle sue origini.

Splendida Minima – Piccole sculture preziose nelle collezioni medicee: dalla Tribuna di Francesco I de’ Medici al tesoro granducale”.

Come recita il suo titolo, questa mostra è dedicata ad una particolare classe di manufatti di grande valore artistico e raffinatezza, sebbene di ridotte dimensioni: piccole sculture a tutto tondo in pietre preziose, di epoca ellenistico romana, per secoli al centro dell’interesse collezionistico dei Medici e oggi in gran parte patrimonio del museo del Tesoro dei Granduchi delle Gallerie degli Uffizi.

L’esposizione “rivela – al pari di una lente metaforica – un universo di piccole magnificenze (…). Eppure, sfogliando il catalogo, non di rado l’occhio si arresta su un’immagine, che a prima vista sembra illustrare una scultura di dimensioni magnifiche, se non addirittura un colosso. Sono effetti ingannevoli: e perciò un ritratto imperiale che appare enorme – ma che in verità misura solo pochi centimetri – fa capire come il grandioso non debba essere necessariamente grande e come la monumentalità non sia sempre legata all’effettivo formato di un’opera”(Eike D. Schmidt, Direttore delle Gallerie degli Uffizi).

La mostra si apre illustrando con alcuni esempi le caratteristiche di questi piccoli formati scultorei di epoca classica, realizzati a tutto tondo da pietre preziose, e mettendo in risalto la loro stupefacente vicinanza, in termini iconografici e formali, con la grande plastica del periodo. E’ questo il caso del Ritratto di Augusto del Tesoro dei Granduchi messo a diretto confronto con una replica marmorea dello stesso tipo.

Il corpus complessivo delle preziose sculture antiche ad oggi noto è costituito da circa quattrocentottanta esemplari, un numero senz’altro errato per difetto e destinato quindi a crescere con il progredire degli studi. Nella prima sezione sono anche illustrate le funzioni di queste preziose sculture che, come dimostrano confronti iconografici testimoniati in mostra da un prezioso dittico eburneo del VI secolo d.C. o da un rilievo marmoreo degli inizi del III secolo d. C., erano utilizzate come complementi di attributi connessi con i ritratti legati al culto imperiale.

Una grande passione per questo genere di sculturine in pietre dure fu propria di Francesco I de’ Medici, che ne possedeva una nutrita collezione e si impegnava ad incrementarla commissionando la ricerca a Roma di marmi e pietre adatti alla creazione di busti. Teste antiche in pietre dure furono così assemblate su busti in alabastro orientale, scolpiti nelle botteghe di corte e impreziositi da panneggi e acconciature d’argento dorato. Questa collezione fu destinata da Francesco I all’arredo della Tribuna (descritto nell’inventario del 1589), uno scrigno delle meraviglie nel cuore degli Uffizi. Tra queste spiccano in particolar modo il Busto femminile con testa di cristallo di rocca di età imperiale, il Canopo egizio in calcedonio e il Busto di mora in onice e argento dorato dell’intagliatore milanese Giorgio Gaffuri. Le piccole sculturine preziose furono utilizzate anche per abbellire le mensole che reggevano il palchetto della Tribuna: del loro arredo si offrono in mostra due testimonianze esemplificative.

Nel corso del Seicento e del Settecento altri illustri esponenti della dinastia medicea raccolsero e coltivarono il gusto di raccogliere questi particolari oggetti. Tra questi si distinse il Cardinal Leopoldo, raffinato e colto collezionista, che acquistò pezzi d’eccezionale qualità, come la mano in calcedonio che fa da icona alla rassegna. Al merito di Cosimo III si deve in seguito l’inserimento delle opere dello zio Leopoldo nell’arredo sempre più sfarzoso della Tribuna, che ci viene testimoniato al suo acme dai puntuali disegni dell’atlante della Galleria diretto da Benedetto Vincenzo De Greyss. Dalla testimonianza di questo preziosissimo documento nell’ultima sezione della mostra si è tentata la ricostruzione a grandezza naturale dell’allestimento tardo settecentesco di uno dei palchetti della Tribuna degli Uffizi. La scenografica riproduzione del disegno della parete con la statua di Apollo fa da sfondo a quasi tutte le opere distribuite sullo scaffale: le poche mancanze sono dovute a pezzi perduti o di cui non è stato possibile ottenere il prestito in mostra. Si tratta del primo tentativo di ricostruire questo aspetto fondamentale della decorazione della Tribuna, che mette in luce come, ancora nel Settecento, la disposizione delle statue sulla mensola fosse incentrata su sottili rapporti tra le dimensioni e le cromie degli oggetti. La riproposizione dà corpo ai rimandi e alle relazioni che si creavano tra le opere a tutto tondo disposte sulle pareti della Wunderkammer: si recupera così un brano significativo per la ricomposizione di quella ‘musica visiva’ che aveva fatto della Tribuna – e degli oggetti in essa contenuti – l’espressione di un’architettura mentale e di una raffinata quanto complessa veste di rapporti iconografici e simbolici che si va progressivamente svelando.

La mostra a cura, come il catalogo edito da Sillabe, di Valentina Conticelli, Riccardo Gennaioli e Fabrizio Paolucci, è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con le Gallerie degli Uffizi e Firenze Musei.

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