IL CAPO DEL PD NON VUOLE RESTARE A PALAZZO CHIGI, MA IN DUE GIORNI HA FATTO CAPIRE A TUTTI CHE DARÀ LUI LE CARTE: BOSCHI RESTA, PIÙ POLTRONE PER FRANCESCHINI E VERDINI.

domenica 11/12/2016.

Lo sgarbo di Renzi al Quirinale: sceglie i tempi e pure i ministri

di Wanda Marra
Volti dem dai Palazzi – La delegazione Pd al Colle con Zanda, Rosato, Guerini e Orfini.

Matteo Renzi sei giorni dopo la disfatta al referendum e dopo il discorso della sconfitta, con drammatico annuncio di dimissioni, sta saldamente a Palazzo Chigi: da lì organizza le sue consultazioni parallele per il secondo giorno consecutivo. Tratta con la maggioranza e con le correnti del Pd non solo per la scelta del suo successore, ma anche per la formazione del governo. Ha chiesto persino a Maria Elena Boschi di restare. Manda dal presidente della Repubblica una delegazione del Pd, per tradurre i suoi desiderata. Per fermare il gioco delle correnti sui ministri, convoca una direzione del Pd per lunedì mattina. E per blindare l’accordo tratta pure sulle nomine. Una sorta di “rieccolo”, come Indro Montanelli chiamava Fanfani, altro toscano pronto a rinascere dalle proprie ceneri.
“IL RIECCOLO”
Matteo si guadagna oggi il soprannome che Montanelli diede ad Amintore Fanfani

Il nome di Paolo Gentiloni – il premier scelto da Renzi con l’accordo dei capi corrente del Pd – non viene neanche pronunciato dai quattro che vanno al Quirinale (i capigruppo di Senato e Camera, Zanda e Rosato, il vice segretario Guerini e il presidente Orfini). Si limitano a un colloquio che porta avanti due concetti fondamentali: esprimono al capo dello Stato la “più assoluta disponibilità a sostenere la soluzione che vorrà indicare”. E poi illustrano “la linea emersa dalla direzione Pd” (ovvero un governo sostenuto da tutti) e prendono atto della “impossibilità di portarla avanti per la contrarietà delle opposizioni”. È Zanda a dare la linea (di Renzi) nelle dichiarazioni in uscita, parlando davanti alla Sala alla Vetrata. “La crisi si è aperta dopo gli esiti del referendum e le dimissioni di Matteo Renzi che le ha rassegnate, fatto insolito nel costume politico del Paese”, ci tiene a sottolineare. E poi chiarisce: “L’obiettivo è quello di andare al voto il più velocemente possibile”. Per Renzi, che ha l’obiettivo di tornare premier il più rapidamente possibile, dopo le elezioni, la data di scadenza dell’esecutivo è la cosa più importante.
Nel frattempo, Renzi è a Palazzo Chigi in mezzo agli scatoloni. Intorno a lui si dà per scontato che nella tarda mattinata di oggi il Quirinale darà l’incarico a Gentiloni. Al Nazareno descrivono un colloquio dai toni distesi. Ma che qualcosa – almeno quanto a buona educazione – non vada liscio come l’olio è chiaro dal fatto che Mattarella, davanti ai cronisti, ribadisca tutti i suoi paletti sulla legge elettorale più una lunga lista di impegni che il prossimo governo dovrà affrontare. Perché la delegazione Pd non ha fatto nomi? Domanda che aveva fatto nascere perplessità ed evocato il dubbio che Renzi, nonostante tutto, stesse accarezzando ancora l’ipotesi del reincarico. In realtà, non ne aveva alcuna intenzione, come fa trapelare alle agenzie di stampa, tanto che in serata arriva la notizia della sua telefonata al presidente della Repubblica in cui indica – lui, però, non il Pd – Paolo Gentiloni a capo del governo.
D’altronde in questi giorni, Renzi a tutti quelli che gli stanno vicino aveva fatto sapere di essere già oltre la premiership, che l’importante è fare presto. Questo però non gli ha impedito di ricevere in rapida successione ministri uscenti, ma pronti alla riconferma. La linea: quello che nascerà magari non sarà un Renzi bis, ma un governo teleguidato da Renzi. Linea, peraltro, data a tutte le cancellerie europee e a tutte le ambasciate, in questi giorni, nel nome della stabilità. Renzi ha visto Angelino Alfano (che va verso la conferma e chiede anche quella di Lorenzin alla Salute, che era data in bilico, e di Costa alla Famiglia). Poi Boschi e le ha chiesto di rimanere: la “madrina” delle Riforme in questi giorni era pronta a lasciare, visto anche lo stress personale degli ultimi mesi; nelle ultime ore è apparsa indecisa e molti la danno già confermata in squadra. A Chigi arrivano pure Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico, e Andrea Orlando (Giustizia). Entrambi dovrebbero rimanere: il Guardasigilli è fondamentale per la tenuta del Pd. La trattativa più dura è quella con Dario Franceschini, che vuole portare Piero Fassino al ministero degli Esteri (liberato da Gentiloni): una manovra che insospettisce il premier, anche sulle sue intenzioni per la durata del governo. Alla fine, dovrebbero uscire solo Giuliano Poletti e Stefania Giannini. In entrata, in quota Verdini, Marcello Pera o la promozione di Enrico Zanetti. Dovrebbe restare anche Marianna Madia alla P.A., che d’altra parte ha fatto sempre parte dei giri che contano.
Se tutto va come previsto, Renzi domani chiederà l’ennesimo ok puramente formale alla direzione del Pd, dopo aver fatto tutto da solo. Poi inizierà il congresso. A quel punto si vedrà se le correnti del Pd rispetteranno l’accordo che vuole che il governo sia di breve durata o partiranno all’attacco del segretario. E si capirà se lui stesso garantirà il sostegno a Gentiloni o gli farà una guerra sotterranea tutti i giorni. Per distinguere la sua immagine dalle scelte che il governo dovrà fare. O anche solo per chiarire chi comanda.

Il Punto 11.12.2016

Per risolvere i problemi delle banche italiane servono decisioni coraggiose. Certo non vanno sottovalutati i rischi di una pervasiva socializzazione delle perdite degli intermediari. Ma già il solo annuncio di un intervento pubblico frena la speculazione. E riduce così il costo del risanamento.

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La fragilità del territorio italiano rende cruciale l’adattamento ai cambiamenti climatici. Già le risorse, per lo più fondi europei, non sono sufficienti. Ma il vero problema è la frammentazione degli interventi. Perché per il Titolo V Stato e Regioni hanno poteri legislativi concorrenti sul tema.

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La valanga di no alla riforma costituzionale è stata subito digerita dai mercati anche se apre scenari politici da definire. Se si vota, ci aspetta il Porcellum corretto dalla Consulta per il Senato e l’Italicum in attesa di giudizio da parte della stessa Corte per la Camera. Oppure un bel proporzionale come si usava nella prima Repubblica. Quale che sia il nuovo assetto che nascerà dalle ceneri del governo Renzi, si troverà sul tavolo la patata bollente del dossier banche, con alcuni casi che rischiano di diventare esplosivi. Anche in Gran Bretagna, a quasi sei mesi dalla Brexit, non sono chiare le modalità di uscita del paese dalla Ue, con il governo che un giorno mostra i muscoli e il giorno dopo cerca un distacco morbido. L’opposizione laburista, non pervenuta. E qualche scricchiolio nell’economia. Brexit, vittoria di Trump in Usa e ora il il trionfo del no nel referendum italiano rafforzano le spinte anti-establishment e ridanno fiato a chi vuole uscire dall’euro. Una scelta guidata dal miraggio dell’autonomia politica, con il rischio di gravi conseguenze sul portafoglio degli italiani e sul sistema finanziario. E come escono i sondaggisti dalla prova del referendum italiano dopo i clamorosi errori nel Regno Unito e in America? Hanno azzeccato il risultato, ma ampiamente sottostimato l’entità dei “no”. Con qualche giustificazione plausibile.
Nel rinnovo del contratto dei metalmeccanici – appena concluso – è solo tracciata una proposta innovativa messa sul tavolo da Federmeccanica: il salario di garanzia. È uno strumento che rafforzerebbe la contrattazione a livello aziendale. E un utile punto di riferimento per le future trattative sindacali.
Quale eredità economica lascia Fidel Castro? Confrontando Cuba con altri paesi latino-americani ad essa comparabili come Uruguay e Repubblica Dominicana dal 1990 (prima non ci sono i dati), si vede un soddisfacente andamento del Pil mentre dal 2010

Delitto alla Scala.

Risultati immagini per Libri del giorno Delitto alla Scala di Franco Pulcini, ed. Ponte alle Grazie

Milano, novembre di un futuro prossimo. Su un balcone del Teatro alla Scala viene assassinato il direttore d’orchestra che avrebbe dovuto dirigere la Prima, la mitica serata mondana del 7 dicembre. L’opera in programma è L’Arianna di Monteverdi, il cui manoscritto, dato a lungo per disperso, è stato ritrovato da poco. Il titolo gode di fama iettatoria e già nei tempi antichi aveva portato sciagure. Una nuova tragedia avvolge così la prima opera tragica della storia. Ma quest’Arianna è davvero l’originale del 1608? O il manoscritto è un banale falso che potrebbe essere smascherato all’ascolto? Manca solo un mese all’inaugurazione, la situazione è drammatica, ma la macchina teatrale non si può fermare. Se non si salva lo spettacolo, l’onore della Scala è in gioco. Incaricato delle indagini è Abdul Calì, commissario arabo-siciliano, che non ha mai messo piede nel tempio della musica. Dovrà inventarsi i metodi per dipanare la matassa dove si annodano fosche passioni da palcoscenico, invidie, nervosismi, reticenze, interessi erotici ed economici. Un’immersione nel più sovraeccitato narcisismo artistico, quello dell’opera lirica, dove le star non si placano mai. Un mondo popolato di astute prime donne, al cui confronto ogni altro artista è un figurante. Insensibili al sangue versato alla vigilia della Prima, si nascondono fino all’ultimo all’ombra dell’ipocrita necessità dello show must go on.

Tre sculture di Arnolfo di Cambio e di Tino da Camaino al Museo del Duomo di Firenze.

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Il Museo dell’Opera del Duomo di Firenze si arricchisce di tre preziose sculture trecentesche appartenute alla Cattedrale di Firenze: un Apostolo di Arnolfo di Cambio proveniente dall’antica facciata del Duomo di Firenze e due angeli reggidrappo di Tino da Camaino che facevano parte della tomba del Vescovo Antonio d’Orso. Le tre opere saranno visibili al pubblico a partire dal 7 dicembre 2016. Si tratta di un’acquisizione eccezionale sia per l’eccelsa qualità delle opere, sia perché restituisce alla città di Firenze tre sculture risalenti alla fase iniziale di costruzione e decorazione della Cattedrale, avviata nel 1296 dall’architetto e scultore Arnolfo di Cambio. Le tre sculture erano apparse sul mercato durante l’ultima Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, presentate dalla Galleria Mehringer Benappi da cui l’Opera di Santa Maria del Fiore le ha acquistate dopo un’attenta valutazione. E’ del grande architetto e scultore Arnolfo di Cambio, l’Apostolo in marmo che sarà collocato sul modello a grandezza naturale dell’antica facciata del Duomo di Firenze, nella sala del Paradiso, nella posizione per cui originariamente era stato realizzato. La figura marmorea – alta 118 cm per 38,5 di larghezza – fu rimossa nel 1587, quando l’antica facciata del Duomo di Firenze fu distrutta per volere dei Medici, passando nell’Ottocento dai depositi dell’Opera di Santa Maria del Fiore nelle collezioni dei marchesi Torrigiani. L’Apostolo faceva parte del gruppo della Dormitio Virginis che si trovava nel timpano della porta meridionale della facciata del Duomo. La posizione delle braccia dell’Apostolo lascia pensare che la figura sostenesse il lenzuolo del letto funebre della Vergine dormiente, la cui versione originale, assai danneggiata, si trova nel Bode Museum di Berlino. La traccia di una mano scolpita sotto il lenzuolo, a sinistra della Vergine, conferma la presenza in origine di una figura protratta sul feretro in atto di sollevare il sudario, da identificarsi proprio con la preziosa scultura dell’Apostolo di Arnolfo. “Quasi tutti gli altri elementi del gruppo della Dormitio Virginis esposto al Museo dell’Opera del Duomo sono copie”, afferma il direttore del Museo Timothy Verdon, “e così il ritorno di questa importante scultura originale è particolarmente significativo per il Museo”. Sono del maestro senese Tino di Camaino i due angeli reggidrappo, realizzati originariamente per la tomba del Vescovo Antonio d’Orso, risalente al 1321, per la controfacciata del Duomo di Firenze. Queste opere – alte rispettivamente 36,5 cm e 35 cm e larghe alla base 57,5 cm e 56,8 cm – verosimilmente decoravano la cimasa del perduto tabernacolo architettonico del monumento. I due angeli, inginocchiati, guardano adoranti verso l’alto con in mano i lembi di un drappo (ora perduto), che, steso sopra l’effigie del Vescovo, alludeva alla Elevatio animae del prelato: l’innalzamento verso Dio della sua anima dopo morto. Il monumento, spostato più volte all’interno del Duomo e senza il suo tabernacolo architettonico, fu riportato nella posizione originale solo nel primo Novecento. Le due sculture di Tino da Camaino saranno collocate nella “sala delle Navate” del Museo.

Museo dell’Opera del Duomo di Firenze Piazza del Duomo 9, 50122 Firenze